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Il/La presidente

Il/La presidente
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L'alternativa tra "il" e "la" presidente non è una questione propriamente linguistica. Dal punto di vista del sistema della lingua italiana, qui e ora,"presidente" è termine tanto maschile quanto femminile. Perciò quando a presiedere è una donna la lingua non consente bensì prevede che sia qualificata come "la presidente". Così càpita con tutti i nomi che derivano da participi presenti: il/la residente, il/la badante, il/la docente. Ma allora perché Giorgia Meloni pretende di essere chiamata "il presidente del consiglio" (peraltro in coerenza con l'uso sinora invalso di farsi chiamare "il presidente nazionale" del suo partito) ? E può accampare questa pretesa?

Alla domanda sulla liceità risponde Humpty-Dumpty, che notifica ad Alice: "Quando uso una parola questa significa esattamente quello che voglio io" e spiega: "Dipende da chi comanda". Meloni si fa qualificare al maschile perché ritiene di averne il diritto e il potere e chi le riconoscerà tale diritto, e potere, al maschile appunto la qualificherà.

In quanto alle sue motivazioni non si può che tirare a indovinare. L'interpretazione corrente è che, consapevolmente o no, ribadisca così la concezione maschile del potere, per cui una donna può diventare presidente a patto di assumere la mascolinità della carica. Interpretazione corretta? Chissà, si potrebbe discuterne: certo è quella più diffusa. Ora però mettiamo il caso che in un futuro per ora insondabile il successore a cui Meloni consegnerà a fine mandato quella campanella che ha ricevuto da Mario Draghi sia un uomo a nome Giorgio Milone. Poniamo poi che non appena insediato quest'uomo dichiari: "Chi mi ha preceduto in questa carica era una donna che si faceva chiamare 'il presidente', forzando la lingua italiana e facendo arretrare le pur insufficienti conquiste sulle pari opportunità fra uomini e donne. Per compensare questo arretramento e far anzi avanzare il discorso sono a chiedere di venire qualificato al femminile: 'la presidente' Giorgio Milone". Cosa ne diremmo? Da un lato parrebbe una cosa del tutto pazzesca; dall'altro l'ipotetica violazione della norma e forzatura del sistema linguistico sarebbe esattamente la medesima di quella che sta avvenendo realmente in Italia oggi, sia pure a generi invertiti. Con la differenza che "Il presidente Giorgia M." sembra strano, e magari non tanto e non a tutti; "La presidente Giorgio M." appare chiaramente inaccettabile (ma forse non per chi rivendica il diritto di decidere con quali marche di genere e pronomi gli altri debbano riferirsi alla sua persona. Humpty-Dumpty scuote il suo testone).

Il punto non è se sia lecito o no: per la grammatica non lo è ma lo è per l'uso sociale ed è questo il motivo per cui la linguistica generale (che è sincronica e astratta) non ha altro da dirne. Al di là del sistema, però, ci sono appunto gli usi, che sono legati al tempo, alle circostanze e anche alle preferenze individuali. Dodici anni fa una donna, di sinistra e non proprio disattenta al tema delle pari opportunità, venne nominata a capo della Cgil, si chiamava (e si chiama) Susanna Camusso e chiese di essere chiamata "il segretario" perché non sembrasse che la sua mansione fosse quella di dattilografare i documenti dettati da un capoufficio maschio. "La segretaria" avebbe fatto pensare così, secondo lei. Aveva torto, ragione? Allora poté scegliere e scelse il maschile. Se la carica fosse  stata quella di capitano o coordinatore forse si sarebbe fatta chiamare "capitana" o "coordinatrice", termini non appesantiti delle connotazioni subordinate di "segretaria". Magari ora Susanna Camusso deciderebbe diversamente da allora, perché è passato del tempo e perché anche grazie a lei sono aumentati i parlanti italiani a cui non pare strana l'idea che un sindacato possa avere come leader una segretaria.

Il tempo, i cambiamenti d'epoca e di costume alterano il sistema della lingua. Oggi ad alcuni sembra ancora strano "ministra", ieri sembrava inverosimile "senatrice" che oggi non dà più fastidio a nessuno. A continuare a interrogarci su norme linguistiche di base e chiarissime e a discutere cose tante scontate (se ne chiede venia) rischiamo però di trascurare qualcosa di assai più importante che proprio questi eventi ci mettono sotto gli occhi. Indicazioni e preferenze come il maschile "il presidente", "nazione" anziché "paese", "patriota" per "elettore di destra" o l'interpretazione sovranista di valori come la sovranità alimentare non sono di per sé fatti drammatici né dogmi indiscutibili. Sono però interessanti perché nell'insieme rendono palese una dimensione che sinora era rimasta negletta e mascherata (ma se n'è accorto Michele Serra, nell'Amaca del 25 ottobre scorso): l'esistenza di un vero e proprio politicamente corretto di destra.

Un corpus di modi di dire, accezioni, tic, affermati e fatti rispettare con una certa severità, connota ideologicamente il linguaggio, prende valore identitario e scatta con automatismo inesorabile e (come ogni meccanismo applicato all'umano) potenzialmente comico. La Destra che rinuncia alle ambiguità concavo/convesse del berlusconismo più felpato diviene rigida su formule standard come "mainstream" per "sapere condiviso", "pace fiscale" per attenuazione delle pene per i reati fiscali, "libertà di scelta" per "ostacoli all'interruzione di maternità" (come già per "finanziamenti alla scuola privata"), "difesa dei confini" per "sospensione dei soccorsi ai naufraghi, "droga" per ogni tipo di sostanza stupefacente, "certezza della pena" per "limitazione del ricorso alle pene accessorie", "merito" per qualcosa che non si è ancora capito molto bene.

Non c'è dunque una lingua ipocrita, eufemistica e ideologica di qua e una lingua schietta e libera di là. L'uso linguistico è sempre costruito ideologicamente: in politica potrebbe essere forse altrimenti?


Questa è Lapsus del 29 ottobre 2022, la rubrica di Stefano Bartezzaghi sulle parole del momento