Le parole cantano, le parole zampillano, le parole escono dai nascondigli: noi pensiamo di comandarle, di farle star buone, di punirle quando fanno le cattive ma poi fatalmente ci distraiamo e loro sfuggono al nostro controllo. Nando Martellini è stato il numero uno fra i telecronisti Rai per il calcio. Copriva le partite della Nazionale, compresa quell'Italia-Cecoslovacchia del 1984 in cui chiamò più volte "Jacobelli" il centravanti Alessandro Altobelli, chissà per quale cortocircuito della memoria. Era un mondo adulto, stava intanto cantando Paolo Conte: si sbagliava da professionisti.
Stefano Carta fa il telecronista per una piattaforma di streaming sportivi e l'altra settimana commentando un Trento-Vicenza ha chiamato il giocatore Joan Freddi Greco con il cognome "Negro". Se ne è accorto subito, si è scusato; di fronte a stridule rimostranze dei social e della stessa emittente si è scusato di nuovo e più solennemente dell'errore, considerato non banale ma "imperdonabile". Perché non banale? "Negro" è un normale cognome italiano (anche di un bravo calciatore di Lazio e Nazionale) ma coincide con la parola che anche in Italia si considera offensiva per chi ha pelle scura, come appunto l'ha Greco, che è un italiano di origine malgascia.
Anche in Italia è invalsa l'abitudine anglofona di chiamarla "la parola con la N", cioè di non ripeterla neppure per menzione. La differenza con l'inglese è che in inglese l'aggettivo "nigger" si è sempre applicato soltanto alle persone di pelle scura mentre in molti dialetti italiani, come già nella lingua spagnola, "negro" è parola che significa "nero" anche parlando d'altro e la ritroviamo pure in diversi cognomi: oltre a Negro, il frequentissimo Negri, e altri derivati come Negrini, Negrelli, Dal Negro. Per quanto considerato "imperdonabile" dalla sua emittente, per il suo errore Carta ha invece ottenuto il cordiale e saggio perdono dell'interessato. Però è stato sospeso dal suo ruolo e la sua vicenda è stata oggetto persino di un'interpellanza di un parlamentare forzista veneto.
La competenza sui lapsus non è tanto linguistica quanto psicanalitica. Nel caso di Martellini solo il suo analista avrebbe potuto stabilire quale aggancio si fosse determinato fra i due cognomi. Sogno che il motivo stia nell'allitterazione: "ALessandro" e "ALtobelli" condividono le due lettere iniziali, come il nome e il cognome di "JAder JAcobelli", allora famoso giornalista Rai, della stessa generazione di Martellini. Nel caso di Carta non siamo alla psicanalisi individuali ma a quella sociale. Socialmente pensiamo che se potessimo abolire parole come "negro" otterremmo un passo avanti verso l'inoffensività del linguaggio e quindi verso la civiltà. Vorremmo il potere di istituire dei tabu ma la psicanalisi ci insegna che il non detto del tabu non è mai cancellato, né muore, né scompare, né si estirpa, ma al contrario rimane latente e pronto a scappare fuori e rientrare in circolazione. Così la gaffe è la vendetta dell'inconscio sulle velleità del nostro Super-Io.
Prima di Carta e Martellini c'è stato Nicolò Carosio, pioniere delle radio- e telecronache di calcio. Ai campionati di calcio in Messico del 1970 Carosio criticò gli errori di un guardalinee africano chiamandolo "l'etiope". L'ambasciata etiopica vibrò proteste, Carosio fu demansionato e da allora divenne primo telecronista della Nazionale il suo secondo, che era proprio Martellini. Il suo "etiope" aveva intenzioni offensive? Non si può escludere. Ma è forse un buon argomento per voler abolire la parola "etiope"? Quel che offende nella lingua non è la parola, è caso mai la parola nell'occasione. Se si abolisce la parola, l'occasione ne troverà un'altra, altrettanto offensiva.
Una piccola postilla sul caso Carosio perfeziona la morale della favola. Prima di scrivere il presente articolo ero convintissimo, come lo sono molti altri, che Carosio nel corso di quella telecronaca non si fosse limitato ad appellare il guardalinee come "l'etiope" ma fosse arrivato a dargli del "negro" e anzi "negraccio". Ho controllato e ho scoperto che non è vero: si tratta di una leggenda metropolitana, ancor oggi radicata, anche se di comprovata falsità. Inventata come falsa prova per incastrare il povero Carosio in un reato molto peggiore della mancanza in cui era (forse) incorso.
Parole dette per errore, parole non dette ma per errore ricordate come se fossero mai state dette. Parole che giocano, zampillano, sanno evadere anche dalle gabbie in cui pensa di poterle serrare la polizia morale della lingua.
Questa è Lapsus del 10 dicembre 2022, la rubrica di Stefano Bartezzaghi sulle parole del momento