LAPSUS

Pacchia

Pacchia
I fannulloni, i percettori di Reddito di Cittadinanza, di bonus, gli evasori, i corrotti, i migranti, le Ong. La politica degli annunci è sempre più in voga...
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"Volevo dire di no, / quando la pacchia passò, / ma il mio ministro era lì / e allora dissi di sì": così si potrebbe ora parafrasare un gran successo della giovane Mina. Era l'adattamento italiano di una canzone brasiliana: siamo dunque in linea con le connotazioni carnevalesche della "pacchia". Certo più in linea di quanto non accada con i compiti irridenti ma anche pressoché maneschi che al cupo monito "la pacchia è finita" vengono assegnati da esponenti politici e anche governativi.

Teste Google, giorno dopo giorno la pacchia è stata dichiarata esaurita per: l'Unione Europea, i fannulloni, i percettori di Reddito di Cittadinanza, i percettori di bonus oggi ritenuti inutili, gli evasori e i corrotti (see, come no), i festosi migranti, le gaudenti Ong, le banche, eccetera. Ite, pacchia est. L'annuncio viene pronunciato con lo stesso tono in cui il Massimo Troisi di Non ci resta che piangere si sentiva ripetere: "Ricordati che devi morire". Chi lo proferisce è però molto meno credibile del caratterista del film di Benigni-Troisi nell'indossare i panni di Savonarola. È sempre qualcuno che ritiene che la propria pacchia sia casomai appena cominciata.

In milanese far andare le mandibole si dice "pacià" e da lì viene il titolo di uno dei primi (e tuttora dei più divertenti)  libri di gastronomia: quel La pacciada che portava come sottotitolo Mangiarebere in Lombardia (sì, scritto così "mangiarebere": univerbato) e aveva come autori nessuno meno di Gianni Brera e Luigi Veronelli. Di lì si ritiene discenda anche la voce italiana "pacchia", che non ha a che fare con il pur simile aggettivo "pacchiano" ("grossolano, vistoso, inelegante, di gusto dozzinale"), di radici invece meridionali.

Il suo etimo mandibolare pone dunque la pacchia all'estremo opposto dell'altro verbo che appartiene esso stesso al campo semantico dell'ingerimento: "rosicare". La pacchia muove gioiosamente gli stantuffi e le bielle degli apparati trituratori alle prese con bocconi sostanziosi; il rosichio è l'ingrato tentativo di ricavare succhi nutritivi da materie ossee e avare.

Si può dire che è un po' pacchiana l'adozione dello schema "pacchia / rosiconi" alle vicende della politica nazionale e internazionale? È vero che la nostra lessicologia politologica ha registrato in passato "magnamagna", "forchettoni" e persino un "Partito della Bistecca", ma almeno allora si era usciti non da molto dagli stenti bellici e il tema era scabroso. Ora che invece prevalgono sovrappeso e obesità, pare quasi indecente leggere in chiave gastroalimentare e rabelaisiana le stesse vicende che una volta si ascrivevano all'ispirazione della sfera ideale e magari utopistica sull'agire sociale e politico.

 Ne parliamo oltretutto nell'imminenza del Natale: appena finita la pacchia metaforica, è lì lì per cominciare quella reale.


Questa è Lapsus del 24 dicembre 2022, la rubrica di Stefano Bartezzaghi sulle parole del momento