Eccellenza
di Stefano Bartezzaghi , di Stefano BartezzaghiLa mattina di lunedì 16 gennaio due notizie hanno fatto strillare i siti giornalistici e i canali televisivi all-news: l'arresto di Matteo Messina Denaro e la morte di Gina Lollobrigida. Il primo è stato forse la celebrità meno fotografata d'Italia; la seconda una delle più fotografate (nonché fotografa lei medesima) in assoluto, se consideriamo l'estensione dell'arco della sua carriera e vita pubblica.
Diversissime, ma due celebrità. Di quel tipo che Roland Barthes avrebbe definito "mythologies"? Negli anni Cinquanta Barthes trovava le sue mitologie, o "miti d'oggi", in quei rotocalchi che negli anni Cinquanta in cui lui se ne occupava erano le principali fonti di diffusione di intrattenimento mediale. Sono "miti d'oggi" persone o merci, simboli, idee il cui significato sociale esula dal proprio loro ruolo per il modo in cui vengono presentati al pubblico e dal pubblico considerati.
Da questo punto di vista Gina Lollobrigida incarnava (termine particolarmente adeguato) appieno l'idea di "myhtologie" e anzi data l'epoca lo stesso Barthes avrebbe potuto anche occuparsene direttamente; magari lo ha anche fatto. Si esita invece ad estendere la categoria mitica a Matteo Messina Denaro. Dal punto di vista della sociosemiotica della comunicazione sarebbe un'ipotesi possibile da avanzare, diciamo pure plausibile. Ma viviamo in un'epoca che non riuscendo a moralizzare i costumi pretende che a essere moralizzato sia il linguaggio.
Tanta è la nostra superstizione sulla visibilità che parlare molto di un personaggio sembra equivalere a "fargli un monumento". Secondo gli stessi parametri, Dante oltre che di destra dovrebbe essere dichiarato satanista, avendo egli dedicato un'intera cantica all'esplorazione minuziosa dell'Inferno. Figuriamoci in che equivoco si cadrebbe annoverando un boss sanguinario nella categoria dei "miti d'oggi". L'analisi semiotica di questi fenomeni oggi deve essere condotta nel segreto dei laboratori, come gli esperimenti con vivisezione.
Si tratta di due esempi perfetti degli altrettanti modi di funzionare che può avere l'antonomasia, figura che un prossimo libro del professore di linguistica Nunzio La Fauci avrà l'agio, e il divertimento, di approfondire. Nel primo caso un nome comune, come "il Secco", è usato in funzione di nome proprio, come "il Padrino" per Vito Corleone, "il Cavaliere" per Silvio Berlusconi, l'Altissimo per Dio (ma, attenzione, "Dio" stesso è un'antonomasia, utile per riferirsi all'entità che la religione vieta di nominare). Nel secondo caso un nome proprio viene usato in funzione di nome comune: un "cesare" (o Kaiser o csar) per un'autorità politico-militare come Caio Giulio Cesare; una "caporetto" per una disfatta come quella storica della Grande Guerra; una "chimera" per un'idea imprendibile come l'omonimo mostro mitologico.
In entrambi i casi si ha un'antonomasia quando qualcosa è nominato "per eccellenza". Il seno femminile prende il nome dalla diva Lollobrigida, perché il suo era considerato il seno "per eccellenza". Nel caso del boss, la magrezza sarà stata considerata come il tratto più caratterizzante. Quindi secco "per eccellenza"? Si rilutta a dire così, in considerazione dell'uso della parola come appellativo deferente anche nel gergo mafioso.
Meglio dire per antonomasia e annotarsi intanto che l'antonomasia è meccanismo che manifesta la notorietà: ci parla di quel che tutti sanno, o perché è molto in vista o perché non lo è per niente, ma si risà lo stesso.
Questa è Lapsus del 21 gennaio 2023, la rubrica di Stefano Bartezzaghi sulle parole del momento