Roberto Benigni l'ha fatto ancora e ormai abbiamo capito che lo fa ogni volta che appare. Ha irritato non solo la destra e i conservatori, non solo il filosofo Massimo Cacciari, ma anche una porzione del pubblico di cui è stato beniamino nella prima parte della sua carriera. "Si sa che la gente dà buoni consigli / Se non può più dare cattivo esempio" cantava un ligure che a Sanremo non andava, Fabrizio De Andrè: ed è quanto alcuni rimproverano a Benigni. Non è più Cioni Mario, dice luoghi comuni, promuove buoni sentimenti, non graffia, è melenso: questi i capi d'accusa.
Dante, Mameli, San Francesco, Sanremo, Amor ch'a nullo amato, Come saprei amarti io, l'articolo 21 della Costituzione: in effetti i luoghi frequentati da Benigni di recente sono comuni a tutti gli italiani e sentirli ricordare irrita coloro che pensano di poterne fare a meno, dei luoghi comuni. Delle cose che tutti sanno, delle canzoni che tutti cantano, delle nozioni che tutti conoscono, delle ovvietà che tutti abbiamo sentito ripetere mille volte. "Tutti" è una parola che mette l'orticaria, poiché ognuno vuole essere considerato per sé e non ama sentirsi compreso in un "tutti". Càpita a ognuno, ossia a tutti.
"Tutti hanno il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero", dice l'articolo 21. Ma non prosegue obbligando tutti ad avere pensieri tutti originali e unici.
I comici ribaltano i luoghi comuni, come Benigni ha pure fatto all'inizio del suo intervento al Teatro Ariston chiedendo al presidente Mattarella se siano costituzionali il quarto e il quinto "mandato" di conduttore sanremese per Amadeus (congiunzione di alto e basso tra le più spettacolari mai viste). Ha poi parlato di "Marcia su Sanremo" perché tutti noi abbiamo in mente la "Marcia su Roma", luogo comune da brivido. E ha anche stravolto luoghi comuni quando ha cominciato a parlare del settantacinquesimo anniversario dell'entrata in vigore della Costituzione italiana e l'ha definita un'"opera d'arte" e un "sogno fatto da persone sveglie".
Proprio la Costituzione è il nostro Luogo Comune numero uno: a scriverla e approvarla è stata un'assemblea elettivi i cui 556 membri erano "divisi su tutto tranne su una cosa: essere uniti per scrivere la Costituzione". È così che la parola "tutti" prende un colore diverso: perché le cose che sappiamo tutti rischiano di finire in quella sezione speciale dell'oblio collettivo che è il magazzino del risaputo. Non si dimentica solo ciò che non serve a nessuno; si dimentica anche quello che sappiamo tutti e non è più messo in discussione. Non viene "fatto presente", dove il modo di dire allude all'oggi e alle sue possibili sbadataggini.
Noi, tutti noi che non abbiamo vissuto un'ora senza Costituzione allora potremmo anche non rammentare che "prima della Costituzione, durante il ventennio fascista, non si poteva pensare liberamente". Potremmo non ricordarci che prima di essere un luogo comune, il nostro luogo e il più comune di ogni altro, la Costituzione ha fatto una rivoluzione, abrogando l'oppressione che la precedeva. Potremmo non aver fatto caso al fatto che se tutte le costituzioni del mondo avessero adottato l'articolo sul ripudio italiano della guerra la guerra non ci sarebbe più. È stato rimproverato a Benigni di aver citato solo le prime parole dell'articolo; Sergio Mattarella - presidente, giurista, costituzionalista - invece lo ha applaudito.
Possiamo allora pensare che Benigni oggi va sul palco non più soltanto per ribaltare i luoghi comuni (come usano i comici) ma anche per ribadirli, ribatterli come si fa con i chiodi che hanno preso un po' di lasco e potrebbero crollare con il quadro.
I luoghi comuni sono come i nostri pensieri: ne abbiamo di stupidi e di essenziali, di frivoli e di seri, di sbagliati e di giustissimi. Soprattutto l'ultima caratteristica è importante: non c'è nessun luogo comune che sia sbagliato in quanto luogo comune. È però vero che pensarlo è molto snob e che essere snob è un atteggiamento di prestigio. Alla larga dai luoghi comuni vorrebbero starci tutti: cosa che però dovrebbe ingenerare un sospetto in ciascuno.
Dopo aver declamato l'articolo 21: "Tutti hanno il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero", Benigni ha commentato semplicemente: "Se l'hanno scritto vuol dire che ce n'era bisogno". Un'altra ovvietà, un'altra di quelle a cui non sempre si fa caso. Proprio come la democrazia.
Questa è Lapsus dell'11 febbraio 2023, la rubrica di Stefano Bartezzaghi sulle parole del momento