Madrelingua, made in Italy
di Stefano Bartezzaghi , di Stefano BartezzaghiNei giorni in cui si lanciava l'idea di multare l'uso di termini stranieri la premier Giorgia Meloni lanciava a una manifestazione che si chiama "Vinitaly" l'idea di un "liceo del Made in Italy". Questo chiude il discorso? Forse dovrebbe. Predicare, razzolare. Fa' quel che vuoi, soprattutto non farti condizionare da quello che avevi detto e neanche da quello che stai dicendo. In termini ancor meno folk, l'economia del discorso politico è riuscita a sganciare, credo definitivamente, la prassi dall'ideologia propagandata rendendo quella variabile indipendente di questa.
Questo ha per effetto secondario, magari neanche così indesiderabile, un certo impiccio arrecato al dibattito delle idee: perché mettere in discussione il piano ideologico se poi non avrà effetto veruno sulle pratiche e le politiche?
Data la provenienza politica della proposta si è subito pensato al precedente della bonifica fascista d…
Nei giorni in cui si lanciava l'idea di multare l'uso di termini stranieri la premier Giorgia Meloni lanciava a una manifestazione che si chiama "Vinitaly" l'idea di un "liceo del Made in Italy". Questo chiude il discorso? Forse dovrebbe. Predicare, razzolare. Fa' quel che vuoi, soprattutto non farti condizionare da quello che avevi detto e neanche da quello che stai dicendo. In termini ancor meno folk, l'economia del discorso politico è riuscita a sganciare, credo definitivamente, la prassi dall'ideologia propagandata rendendo quella variabile indipendente di questa.
Questo ha per effetto secondario, magari neanche così indesiderabile, un certo impiccio arrecato al dibattito delle idee: perché mettere in discussione il piano ideologico se poi non avrà effetto veruno sulle pratiche e le politiche?
Data la provenienza politica della proposta si è subito pensato al precedente della bonifica fascista della lingua "italianizzata" dal fascismo, che trasformò il Saint Louis Blues nelle "Tristezze di San Luigi", i cocktail in "bevande arlecchine", il cognac in "arzente" (grazie a Gabriele d'Annunzio) e lo swing in "slancio". Quest'ultima era una trovata del linguista Bruno Migliorini, spassosa e a suo modo geniale: ma lo stesso linguista azzeccò vocaboli inscritti da allora nel lessico italiano, come "autista", "regista", "lista", "primato" (al posto degli ormai fascisticamente scorretti “régisseur”, “chauffeur”, "apache", "record").
Questa del sindacare su come si debba parlare e come no però è tutt'altro che una prerogativa della destra: mozioni del genere sono venute anche da sinistra, con elenchi di parole da sostituire, con ragionamenti del tipo perché dire fashion invece di moda, e show invece di spettacolo? Forse perché un titolo come "Spettacolo di Maurizio Costanzo" avrebbe messo un po' di Tristezza a San Luigi.
A fine anni Sessanta si stava per diffondere il nome "computer" al posto di "calcolatore elettronico" e lo stesso Migliorini, ormai anziano ma sempre vigile, propose il nome italianissimo di "computiere". Il ragionamento che stava sotto la formazione del nome era non solo impeccabile ma anche affascinante. Inutile aggiungere che la parola non attecchì. Così come nessuno ha dato seguito alla proposta (più di recente e di origine meno qualificata) di sostituire l'antipatico "device" con il più affabile "congegno". Ce lo immaginiamo proprio un puristico Aranzulla suggerire i modi migliori "per collegare i vostri congegni".
Questa per le parole, intese come vocaboli, dà alla testa come tutte le altre ebbrezze, cioè ci fa dimenticare i contesti, le connotazioni e l'impossibilità di stabilire il valore di una parola quando la prendiamo in sé. La stessa destra che avanza questo disegno di legge rinuncerebbe mai a usare il termine "gender" ? No, non dopo essere riusciti a imporlo come lo spauracchio verbale che nomina qualcosa che va contro le nostre tradizioni tanto da non avere neppure una parola equivalente (nell'accezione, insusistente, di una teoria
C'è una lingua dominante nella tecnologia (e non solo lì) ed è l'inglese. In inglese i congegni si chiamano device. In italiano anche. Se è colonizzazione non comincia dalla lingua ma dal dominio tecnologico: se l'Olivetti avesse gettato per tempo un'Opa su Apple forse oggi il New York Times si chiederebbe se è proprio il caso di continuare a usare l'odioso italianismo "computiere" anziché coniare un buffo ma puristico "computer". E magari se ne discuterebbe in tutti gli Arzente Party di Manhattan.
Questa è Lapsus dell'8 aprile 2023, la rubrica di Stefano Bartezzaghi sulle parole del momento