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Farcela

Farcela
Il passaggio dal senso di inadeguatezza al senso di competizione
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Dal piemontese "Non ce la faccio più!" della Magda di "Bianco, rosso e Verdone" ai romaneschi "J'a fa' / Gn'i a fa'" del Funari di Corrado Guzzanti, il migliore umorismo italiano si è accorto per tempo della centralità della categoria, in sé quasi metafisica, del "farcela". Ha anche varianti che ne screziano il valore, dal "cavarsela" a quello "sfangarsela" con cui la scrittrice Elena Stancanelli fino a qualche anno fa usava rallegrare i suoi seguaci a ogni San Silvestro, usandolo come hashtag in tweet che elencavano omissioni e andazzi della sua annata. Un amico dice una battuta stupida e noi reagiamo con "Proprio non ce la fai, eh?" (sottinteso: a essere meno cretino); il cameriere elenca i dessert al termine di un lauto pasto e noi tentiamo l'autoironia con i commensali dicendo: "Non ce la posso fare" (sottinteso: a resistere alla tentazione).

Ma non tutte quelle legate al farcela e al non farcela sono cose da ridere; anzi.

"Farcela / Non farcela" rappresenta pienamente l'alternativa cruciale, il culmine drammatico o melodrammatico, il momento essenziale della vita nella società della performanza. Quando la convochiamo per scherzare possiamo esserne consapevoli o meno ma stiamo giocando col fuoco.

Nelle scuole e nelle università il sentimento del "non farcela" viene denunciato come la fonte primaria del disagio giovanile e come diretta questione di salute mentale. Lo stesso accade nel mondo dello sport e del resto anche le proteste scolastiche e universitarie insistono molto sul tema della competizione. "Farcela" non corrisponde dunque al semplice superamento di una difficoltà ma si manifesta come una forma di vittoria agonistica. Cioè la conquista di qualcosa non in sé o per sé, bensì a discapito di qualcuno che aveva la medesima ambizione.

Il passaggio dal senso di inadeguatezza al senso di competizione non ha nulla di scontato e perciò deve essere osservato attentamente. Persino nel caso sportivo il problema del sentimento di non farcela ha riguardato nella maggior parte dei casi atlete di successo, tutt'altro che disabituate a vincere, portate al punto di rottura dalla durezza alienante del training o dalla "pressione" costituita dal continuo contatto con i mass-media. Il punto insomma non sembra essere realmente l'aspetto agonistico, l'ansia di uscire vincitrici o sconfitte da una prestazione agonistica, quanto aspetti di contorno (uso il femminile per prevalenza dei casi; immagino che il fenomeno investa - magari più tacitamente - anche lo sport maschile).

Quella della prestazione vissuta come competizione è una questione che investe poi il mondo universitario, dove i successi sono in gran parte personali e non implicano insuccessi altrui. Ci sono certo selezioni in ingresso, nei corsi di laurea a numero chiuso o per la richiesta di borse di studio, e altrettanto certamente modalità e criteri di tali selezioni sono perlomeno discutibili. Ma a suscitare l'ansia da prestazione agonistica non sono soltanto tali prove selettive bensi, e più in generale, ogni tipo di esame nonché altre necessità curricolari, come il rispetto delle scadenze dei piani di studio per ottenere punti di laurea o per non perdere facilitazioni sulla tassa d'iscrizione.

Senza voler minimamente negare o attenuare la percezione soggettiva del disagio individuale (dato che il punto è proprio come farla cessare o almeno attenuarla) bisogna rilevare che: 1. sul piano oggettivo non si tratta affatto di competizione, poiché non ci sono avversari (salvo che nelle prove selettive, che però non sono le sole a ingenerare il problema); 2. le prove selettive sono sempre esistite e raramente implicano di per sé una competitività davvero forte; 3. il mantenimento di borse di studio è sempre stato legato a criteri meritocratici sulla regolarità della frequenza degli esami e sulla media degli esiti individuali, anche in epoche in cui non si manifestavano le ansie collettive che oggi registriamo; 4. le prove d'esame sono decisamente meno ardue che in passato e non c'è docente che non abbia ragione di ritenere di esaminare i propri studenti in modo assai meno severo di quello applicato negli esami che dovette sostenere ai suoi tempi.

Perché l'ansia di farcela e il timore di non farcela sono tanto accresciuti proprio ora? E perché al momento della prestazione ci si sente come se si dovesse non superare un ostacolo ma "vincere", prevalere su qualcuno? Il mondo è diventato "sfidante" (per usare una parola che oggi e comune e ieri era totalmente ignota) e l'oggetto di questa sfida sembra essersi perso nelle brume mentali di questa trance agonistica.

Il paradosso è che si sentono impegnati in una competizione sia coloro che lo sono effettivamente, come gli sportivi, sia coloro che propriamente non lo sono, come gli studenti ma in entrambi i casi le difficoltà psicologiche sembrano derivare più dal "training" che dalle prove vere e proprie. Un nucleo di competitività si deve essere insediato laddove non era previsto, come una mutazione cellulare.

"Farcela", a fare che? Un osservatore del tutto distaccato potrebbe pensare che se il problema è quello di passare un esame allora basta studiare a sufficienza, approfondire la propria preparazione nel caso di un primo insuccesso, riprovarci per infine riuscire. Ma questo non è "farcela". Questo è ottenere il risultato. "Farcela" è qualcosa di più astratto e perciò inquietante. È un prevalere che non ha oggetto, è anzi il "farcela" a costituire in sé stesso un oggetto di valore. Oggetto però vuoto, così come appare vuoto l'oggetto di valore un po' più ampio, del perché ci si dovrebbe laureare, del perché si studia. E così come rischia di essere vuoto anche l'oggetto di valore generalissimo, del perché si tira avanti e del cosa ci stiamo a fare. Gli studenti oggi hanno l'impressione di non farcela (di non "starcela facendo") anche dopo aver dato un esame.

Si studia per il sapere o per avercela fatta? La docimologia granulare dei crediti, questi numerini idioti che ricordano le tessere a punti degli oratori di una volta, diplomi e riconoscimenti che arrivano con le modalità dei premi delle catene di grande distribuzione sulle tessere-fedeltà  dei clienti, sono aspetti che certo non aiutano studenti (ma anche docenti) a non perdere di vista l'oggetto vero della comunicazione scolastica e universitaria (che è o dovrebbe appunto essere il sapere). È, in una formula, la burocrazia del farcela. A starci dietro ci si perde molto tempo. L'importante sarebbe non perderci anche l'anima, per non parlare della vita.

Ce la potremmo fare, credo.


Questa è Lapsus del 22 aprile 2023, la rubrica di Stefano Bartezzaghi sulle parole del momento