Chat

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Più che una parola, un suono. Del quale non riusciamo più a fare a meno

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Ancora prima di avere il suo significato, che in italiano possiamo tradurre con "chiacchierata", "chat" è un suono. Più o meno lo stesso suono che ritroviamo anche in parole italiane e dialettali, di origine onomatopeica: ciarla, ciancia, ciacola, cicalata, cialtroneria, la stessa chiacchierata. Un cha cha cha di sillabe che imita il sound della comunicazione fatua, senza vero contenuto e senza impegno. Questo parlarsi senza dire mostra che siamo in contatto, anche se al momento questo contatto non serve a far passare informazioni utili. Vi ricorriamo quando incontriamo un vicino in ascensore (dove significa: "non abbiamo niente da dirci ma non ci ignoriamo") ma anche tra amici e tra innamorati (= "non siamo assieme per dirci qualcosa ma perché ci piace").

In italiano il termine inglese è impiegato abbastanza comunemente dagli anni Novanta, da quando cioè lo sviluppo delle telecomunicazioni, e del loro marketing, ha reso disponibili prima le chat line telefoniche, poi le chat room telematiche sino alle diverse messaggerie istantanee che oggi ci distraggono a ogni momento. Dal 1995 è documentato il verbo "chattare", adattato dall'inglese e definito dallo Zingarelli come: "conversare in tempo reale con uno scambio di messaggi scritti".

È abbastanza significativo che il nome sia esteso ai software generativi come ChatGPT. Non è che la tecnologia ci stia donando amici (e nemici) immaginari? La chiamiamo "intelligenza artificiale" ma che si possa parlare di "intelligenza" è quantomeno dubbio; li chiamiamo "chat" e pensiamo di star conversando. A tutti i tecnici del ramo che ci convincono di quanto sia ingenuo considerarle vere conversazioni con entità veramente intelligenti dovremmo dare una risposta: "Scusate, ma allora perché usate nomi come Chat e Intelligenza?".

All'alba dell'umanità si attribuiva un'anima e una volontà a tutti i fenomeni naturali, che poi hanno ricevuto (quale più, quale meno) spiegazioni scientifiche. Ora che l'umanità sembra avviata al tramonto ricominciamo ad attribuire anima e volontà a entità incoscienti: soltanto che le abbiamo inventate noi proprio perché ci illudano sulla propria intelligenza o ci terrorizzino con essa. Il nuovo sovrumano ha origini non mitologiche ma ingegneristiche.

La chat di cui si è recentemente più parlato è quella a cui cinque anni fa venivano automaticamente iscritti tutti i maschi di un'agenzia pubblicitaria (un'ottantina: dai dirigenti agli stagisti, esclusi i soci) allo scopo di commentare - e nei modi più disgustosi - le colleghe, il loro fisico, la loro presumibile attitudine e disponibilità al sesso. La chiacchiera amicale può evolversi in complicità e rimarca i confini di tale complicità entrando con decisione nei territori del proibito, del segreto, dell'inconfessabile. La "chat" diventa una "call": una chiamata in correità.

Qualcuno ha provato a giustificare: era una chat privata. Nessuno infatti l'ha denunciata, nessuno ha rotto il patto implicito. Non a caso il luogo consacrato alla complicità maschilista è lo spogliatoio.


Questa è Lapsus del 2 luglio, la rubrica di Stefano Bartezzaghi sulle parole del momento

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