Refuso

Refuso

Errori, distrazioni, ignoranza. Ma continuiamo troppo spesso a dare la colpa al tipografo...

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Facendo una ricerca invero minima il caso meglio degno di nota è anche il più imbarazzante. Repubblica ne ha parlato nel gennaio di quest'anno: "Con un'ordinanza la Cassazione corregge l'imbarazzante svista in cui era incorsa in una sentenza del 3 giugno 2022, quando, nell'incipit del dispositivo, dopo la locuzione P.Q.M. (per questi motivi) che appunto introduce la decisione finale della Corte, era stato riportato il termine 'cazzo', presumibilmente per un errore nato dall'utilizzo di un programma di dettatura vocale del quale tuttavia non si erano accorti né il consigliere estensore né il presidente della sezione che hanno firmato il provvedimento”. Nell'ordinanza, emessa il 13 gennaio, la Suprema Corte parla di “refuso estraneo al corpo della decisione e del tutto irrilevante rispetto al contenuto della stessa che, pertanto, deve essere espunto mediante la procedura dell'oscuramento”.

Notevole, lo si vede. Imbarazzante perché mette in dubbio una decisione della Suprema Corte, verso cui Lapsus porta il massimo rispetto e quindi non vorrebbe essere "insolente", come si diceva poco tempo fa. A ispirare qualche obiezione non è certo l'oscuramento dell'incongruo "cazzo" zavattiniano, scappato scritto da un riconoscitore vocale mal tarato. Anche a un profano la decisione giuridica pare sacrosanta e inoppugnabile. La "Cassazione" è peraltro proprio nata per "cassare", cancellare, annullare, correggere errori, ed è bello che lo faccia anche con quelli che produce. Il problema è casomai nella categoria del "refuso", categoria che da precisissimo tecnicismo tipografico si è allargata ad accogliente brefotrofio di generazioni e generazioni di espressioni profughe e disconosciute da chi le ha messe al mondo.

Lo Zingarelli dice che il refuso è innanzitutto una "lettera di altro stile, serie o famiglia usata erroneamente in una composizione", composizione che va inteso come tipografica. Una seconda e ultima accezione, essendo estensiva, estende il campo a "ogni errore di stampa". Appunto, di stampa.

Accantonando per un attimo il "cazzo" cassazionale, di refusi si sente parlare ormai per ogni tipo di svista. Si è parlato di "refuso" quando Alessandro Orsini ha citato un articolo del New York Times, facendo lo spelling del cognome dell'autore "Ampio" (in realtà il pezzo era firmato "Broad" e Google Translator aver tradotto anche il cognome).

Si è parlato di refuso parlando della nuova compagna di Francesco Totti, presentata come "flower designer" e invece non essendolo. Ha parlato di possibile refuso quel collaboratore di Salvo Sottile che in un post ha parlato della segretaria del Pd ma anziché la sigla del Partito Democratico si leggeva la più diffusa bestemmia italiana, che ne condivide le iniziali.

Ora, nessuno di questi è propriamente un refuso, neppure nel senso esteso di errore di stampa. Non lo è tradurre un cognome, non lo è attribuire una qualifica inesatta, non lo è sostituire erroneamente (con effetto, se non intento, goliardico) un acronimo. Come il diavolo Titivillus, di cui qui si è già parlato, evocare il refuso è un modo per dare la colpa al tipografo. Anche quando lo vedrebbe persino un bambino che è il re, a essere fuso.


Questa è Lapsus del 20 agosto 2023, la rubrica di Stefano Bartezzaghi sulle parole del momento

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