Il semiologo franco-lituano Algirdas Julien Greimas (1917-1992) è stata una persona assai austera. Non era un Roland Barthes o un Umberto Eco, suoi colleghi e amici oltre che contraltari disciplinari: non interveniva come loro sull'attualità, non teneva rubriche sui settimanali, non si occupava di comunicazioni di massa. Perciò stupisce che l'unica volta che pubblicò qualcosa di minimamente frivolo fu nel 1991 e proprio quello scritto d'occasione costituì l'ultima voce di una bibliografia per il resto di pieno rigore accademico. Il testo rispondeva a un'inchiesta giornalistica a proposito di creatività in età avanzata e concludeva con arguzia. Quando con un certo sforzo creativo, diceva, riuscite a spiegare con parole semplici qualcosa che avete studiato e capito altrettanto a fatica, prima ancora che cominciate a ritenervi soddisfatti di voi stessi ci sarà certamente qualcuno che obietterà: "ma è ovvio!". Paradosso del divulgatore: se è tanto bravo da far apparire alla portata di chiunque contenuti di grande complessità apparirà lui stesso come un sempliciotto.
Un'esperienza altrettanto frustrante avrebbe potuto affliggere nientemeno che il nostro presidente Sergio Mattarella, se non fosse dotato di un sistema nervoso che viene da immaginare assai saldo. Sì, perché quando a fine agosto è intervenuto al meeting di Rimini, vi ha parlato di amicizia e ha detto che essa "nasce nel riconoscere l’altro, nella sua diversità, uguale a noi stessi". Si riferiva ai conflitti sociali e bellici in corso, a un'idea di diversità opposta a una normalità centrata su sé stessa e chi aveva orecchie per intendere speriamo lo abbia inteso, a partire dalla platea ciellina che lo acclamava. Ma ecco spuntare subito un militare insolente - del cui cognome ricordo solo che assomiglia a quello dell'autore di "El portava i scarp de tennis" - a insinuare: "il presidente ha fatto bene a pronunciare quelle ovvietà". Ovvietà?
Per etimo, "ovvio" significa "davanti alla via", da interpretare come "che va incontro" - singolare corrispondenza con il significato del nome "meeting". Anche nella parola scelta per sminuire il discorso di Mattarella si riscontra l'attraversamento della distanza, il movimento che fa cambiare posizione e consente il confronto. Ma è possibile un confronto tra chi considera sé stesso "normale" e dichiara di tollerare i "diversi" (cioè gli "anormali") e chi considera normale il fatto che siamo tutti diversi gli uni dagli altri?
La norma può essere pensata come un dato statistico, cioè un attributo della maggioranza, o anche come un portato della tradizione (sarebbe "normale" quello che si è sempre fatto: il matrimonio eterosessuale, la donna madre e angelo del focolare, la devozione cattolica). Al contrario la norma, quella sancita dalla nostra Costituzione, è la parità di diritti fra tutte le condizioni (linguistiche, biologiche, culturali) di diversità: è una normalità che non cancella affatto le diversità.
La destra però la considera come "omologazione", parola-spauracchio che viene ripetuta come un sintomo nevrotico, un tic. Omologazione sarebbe rendere normale chi è diverso, negarne a forza la diversità. La vera norma democratica dice invece che i diversi sono diversi e pari. Nel sottolinearlo, il presidente Mattarella ha detto un'ovvietà? Magari, fosse ovvio. In questo momento, come ha scritto su Repubblica il politologo Carlo Galli, quello del presidente è stato "un gesto teorico di prim'ordine".
Questa è Lapsus del 9 settembre 2023, la rubrica di Stefano Bartezzaghi sulle parole del momento