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Too much

Perché nei social vanno di moda gli eccessi
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Essendo i social network nati come accademie di taglio e cucito, in particolare la X che si chiamava Twitter, vi si sono presto sorti per generazione spontanea appositi espedienti espressivi che sono gli equivalenti di quelle smorfie, boccacce, sbuffate, mezze interiezioni, occhiate al cielo con cui nella vita reale manifestiamo la nostra impazienza, il nostro disappunto. Sui social si può trattare di emoticon, meme, gif, hashtag... A quest'ultima categoria appartiene quel "#fastidio" con cui di tanto in tanto il dj Luca De Gennaro cataloga sui suoi social frasi come "Prima facciamo un meeting di kick off, poi una call di update, e casomai un repeat". Si può dire che sia un fastidio divertito.

Le nostre intolleranze sono un grande argomento di conversazione. Io appongo idealmente un hashtag di #fastidio al termine "understaffato" (per esempio per i ristoranti in cui si aspetta troppo per carenza di cameriere): l'avevo già sentito ma oggi mi è parso fastidiosissimo. Gli stessi #fastidi di De Gennaro sono spesso dovuti a un uso immotivato, specie se ibrido, di termini della lingua inglese. A dare fastidio sono molte volte gli eccessi: soltanto pochi puristi ostentano di non sopportare alcun anglismo; è invece comune accorgersi dell'insistenza con cui certi anglismi penetrano nei discorsi e li zavorrano. E, parlando proprio di eccessi, a me sta succedendo questo con "too much".

Quando ero piccolo sentivo dire spesso "il troppo stroppia", popolare indirizzo morale verso l'ideale latino espresso da "in medio stat virtus". "Stroppiare" non stava sui vocabolari (cioè, ci stava: ma a pigione, come storpiatura di "storpiare"). Un giorno che lo avevo sentito ripetere per diverse volte mi trovai a domandarmi come mai il locutore non applicava il principio alla sua stessa formulazione. Anche "il troppo stroppia" aveva ormai "stroppiato".

Proverbi come quello vennero poi abbondantemente sostituiti dagli slogan pubblicitari, da Carosello in poi. Gli eccessi ora venivano combattuti a colpi di "Cala, cala Trinchetto". Poi, mentre il fumetto conquistava posizioni, si disse semplicemente "Bum": gli esuberanti, i fanfaroni, i millantatori, i puri e semplici pallisti venivano rintuzzati con la sintetica e mimetica allusione all'esplosione che dai tempi della rana di Fedro rappresenta lo smascheramento di ogni esagerazione. I piemontesi hanno invece continuato con i loro "Esageruma nen".

Al concetto di troppo ci si è in seguito riferiti con la sottile litote dell'"Anche meno". Non ti dico che è troppo, ti dico che sarebbe bastato anche meno - osservazione potenziata in garbo e al tempo stesso in crudeltà.

Ora si dice "too much". Non so da quanto tempo lo sento ricorrere in contesti per il resto italofoni, immagino càpiti da molto, molto tempo. Nei miei registri interiori si è però cristallizzato come uso non occasionale soltanto da quest'estate. Da allora mi pare che lo adottino legioni di parlanti. Bisognerebbe understaffarlo. La connotazione è chiara: registro conversazionale, tonalità snobistica; il "too much" deplora ma dall'alto, mostrando il locutore sostanzialmente indifferente dalla menda altrui, al massimo un po' incuriosito, come un etologo di fronte a una bestiola dal comportamento ridicolo ma innocuo. Bisogna dirlo con un tono che faccia pensare a un sopracciglio che si alza appena.

L'implicito omaggio all'impassibilità britannica viene di conseguenza espresso in inglese; così come nei salotti di una volta c'era sempre qualche signore che esclamava "Parbleu". Non sono preoccupato per il dilagare degli anglismi, non mi interessa il purismo e penso che ognuno parla come vuole. Ma allora perché il "too much" mi spiace tanto? Mi rispondo così: perché è una posa, una posa posata e tradisce con sicumera la sua intenzione. E poi si sa, quando è troppo, è troppo.


Questa è Lapsus del 23 settembre 2023, la rubrica di Stefano Bartezzaghi sulle parole del momento

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