Ci sono monosillabi inglesi che in italiano varrebbero tutt'al più come onomatopee e che magari proprio come onomatopee erano nati ma che ora sono parole come le altre, quelle che non hanno particolari rapporti tra suono e senso. Pick, pack, lot, bit, chick, check, sit, set, pill, poll, pull, ball, bell, Bill, bull ... A noi fanno sempre uno strano effetto. Pat, pet, Pitt, pot, put. Ha incuriosito, in questo filone, l'uso di "top" in certe intercettazioni per malaffari di ambito narcotico. Ora non si capisce proprio perché trafficanti e spacciatori dovrebbero parlare una lingua diversa da quella comune. E nella lingua comune "top" è al top. Non solo in locuzioni come "top di gamma" - che ricorda quel topino di gomma che ci ha deliziato l'infanzia -, ma anche come sintesi estrema di accettazione esclamativa ed entusiastica. Quando proponi un aperitivo, un cinema, una gita, anche soltanto una passeggiata, un conto è se lucri qualche "sì", "ok", "vabbeh". Tutt'altro conto se ti rispondono "top". "Top" è adesione, complimento, congratulazione, esultanza, enfasi, euforia. Vale per le persone di costumi modesti (e consumi legali), varrà anche per gli spacciatori. Potrebbe invece stupire che il primo top a entrare nel lessico italiano - seguendo le datazioni fornite dallo Zingarelli - non è stata una modella o un manager bensì un cavallo. Cavallo che ha di gran lunga distanziato tutti gli altri, pure se di trattava di equino un po' tardo, un "top-weight", il cavallo più pesante in una corsa a handicap. In un’Italia evidentemente ippomane il termine inglese era usato già nel 1905. Il secondo top lo seguì di più di mezzo secolo. Aveva ancora il trattino fra le due parole - indice di esotismo - ed era il "top-secret". Nel 1962 l'avranno portato da noi le correnti della Guerra Fredda e delle spy story conseguenti. L'anno dopo arrivò in Italia lo "hardtop", in una parola sola o due: tettuccio rigido amovibile per automobili. Nel 1967 si cominciò a sentire profumo di competizione e già si parlava di "top ten", i primi dieci, specialmente nelle classifiche discografiche. Come si sarebbe potuto scommettere, il drappello più nutrito è quello che ci ha invaso negli anni Ottanta. Nel 1982 sono comparsi la "top class" (prima classe in aereo e scomparto a essa riservato) e il "top rate" (tasso massimo di interesse praticato dalle banche ai clienti migliori), seguiti l'anno successivo dal "top manager" e, nel 1985, dal "top management" (con il suo disgraziato accento tonico tanto spesso spostato sulla sillaba sbagliata, la seconda). Quindi efficienza, gerarchie aziendali, privilegi bancari e di classe (almeno nel senso degli aerei). Nel 1986 è entrato in azione l'edonismo fisico, con il "top gun" (aereo da guerra e pilota specializzato; dal film di Tony Scott), il "top player" (giocatore d'eccellenza) e soprattutto la "top model", donna che ammirare non era soltanto lecito ma del tutto doveroso. Però è stato l'anno in cui si è anche cominciato a parlare di "laptop", computer personale che si può tenere in grembo (grembo che in inglese si dice: lap). Nel 1989 comparvero il "top spin" (colpo a effetto nel tennis e nel ping-pong) e il "desktop" (nel senso di scrivania virtuale), mentre nel 1991 arrivò anche il computer palmare, o "palmtop". Già nel 1959, quindi ben dopo il cavallo ciccione ma prima del top-secret, si chiamò "top" la camicetta femminile senza maniche e nel 1964 entrò nell'uso italiano il nome, se non il costume, del "topless". Segnalo infine l'esistenza del modo di dire "top down", che indica la direzione contraria del "bottom up" e lega, come un monito, la posizione suprema all'infima. Da meditare anche il confronto anglo-italiano per cui se “top” è un monosillabo tanto conciso si ritiene comunemente che la parola italiana più estesa sia "precipitevolissimevolmente". Chi al top sale, cade sovente?
Questa è Lapsus dell’8 ottobre 2023, la rubrica di Stefano Bartezzaghi sulle parole del momento