Permacrisi
di Stefano BartezzaghiC’erano una volta il permaloso e il materasso Permaflex. Il permaloso – “debole opinante” nel giudizio di quel Carlo Emilio Gadda che a lui e al Brontosauro dedicò una delle sue favole – è uno abituato ad “aversene per male”. Possiamo dire che “permane” nel suo broncio d’offeso? Possiamo dirlo, ma dobbiamo sapere che “permaloso” non viene da “permanere” bensì da “per male”. Da “permanere” e da “permanente” vengono invece alcuni termini come “permafrost”, “permacultura”, “permalink”. “Permaflex” è stato il precursore, essendo il nome inventato per un nuovo materasso a molle nel 1952. Allora si voleva suggerire che tale materasso forse “flessibile in permanenza” e non si poteva sospettare che mezzo secolo dopo si sarebbe parlato di “flexicurity”, crasi di flessibilità e sicurezza (del mercato del lavoro) possibile linguisticamente, chissà se anche effettivamente. Come il materasso promette di essere flessibile e di restarlo permanentemente, il mercato vuole la flessibilità e la sicurezza: si tratta di qualità che non è intuitivo considerare compatibili. La sicurezza è dei baluardi, delle corazze, delle blindature, delle sbarre dellle guardiole. La sicurezza è rigida, non flessibile. Si prese tanto in giro il Walter Veltroni per i suoi “ma anche” eppure quella era una chiave della modernità. Promettere, almeno a parole, flessibilità ma anche sicurezza. Tradizione ma anche innovazione, fiamme nel simbolo ma anche fedeltà costituzionale, sovranismo ma anche europeismo. A qualcuno il gioco riesce. In questo quadro si inserisce la trovata della “permacrisi”, recente ingresso nel vocabolario del nostro scontento. Io ricordo con una certa nostalgia le esibizioni dei comici del Trio Reno, col solista che diceva con fare trasognato “Motociclista!” e aveva accanto due che gli urlavano inascoltati e alla fine esasperati: o "moto" o "ciclista"!”. Ecco, vorrei vederli ricomparire, quei due, e sentirli gridare a tutta forza: o "perma" o "crisi"! Sì, perché io posso arrivare a immaginarmi uno scoglio che argina il mare, ma invece non concepisco una crisi permanente. L’esposizione permanente non chiude mai, la dentizione permanente è quella successiva alla caduca infantile, la permanente è un’ondulazione dei capelli destinata a durare. La crisi invece dovrebbe essere un momento di rottura, un’apice, una condizione acuta e quindi non cronica. È vero che si parla di stato di crisi, ma questo stato non dovrebbe poter durare tanto da essere detto permanente. "Permanente" è peraltro un aggettivo derivato dal participio presente del verbo "permanere". Qualcuno in sala se la sente di azzardare qualche ipotesi su quale sia il participio passato dello stesso verbo? Intanto che ci pensate io ne azzardo qualcuna sulla formazione della parola "permacrisi". Un'ipotesi non del tutto negativa è che stiamo mutando il nostro concetto di "crisi" e che crediamo necessario estendere la durata dello "stato di crisi". Non è consolante, ne convengo; ma voi converrete che è sempre dell'altra ipotesi, per cui per non chiamare una pur conclamata malora con il suo vero nome allora si è coniato l'assurdo "permacrisi" . Un po' come se per non dire "coma" si coniasse un "permasonno". (Quasi a proposito. Il participio passato di "permanere" è "permaso").
Questa è Lapsus del 15 ottobre 2023, la rubrica di Stefano Bartezzaghi sulle parole del momento