✕

Ludopatia

Il grande dibattito diagnostico per stabilire se si tratta di povere creature cadute nel vizio o furboni che si danno per malati
2 minuti di lettura

Si chiamano "giocatori" e allora giocano, anche se non sempre giocano al gioco giusto. Ci sono teorie del gioco applicando le quali un'espressione come"giocatore professionista" sarebbe una contraddizione in termini, perché il gioco dovrebbe essere sempre puro, disinteressato, creativo e spontaneo. "Giocare sporco", "cattivo gioco", "gioco al massacro", "gioco di villano" e "gioco pesante" sono modi di dire che per questo tipo di persone vanno respinti.

I giocatori professionisti però esistono e sono tutt'altro tipo di persone. Per esempio esistono i calciatori, i quali hanno avuto la fortuna di poter vivere tirando calci al pallone, la fortuna aggiuntiva di farlo in un'epoca in cui ci si possono guadagnare tanti soldi da sistemare generazioni di discendenti, ma poi si mettono in testa di usare i soldi per fare altri soldi e scommettono. Ora si dice che fanno "betting" e sembra qualcosa di più asettico. Però scommettono. Magari scommettono anche sulle partite di calcio, persino su quelle in cui sono impegnati di persona e sul cui andamento possono di conseguenza influire. Il sospetto è che l'idea non venga loro in testa proprio spontaneamente.

Tutto questo giocare potrebbe configurarsi come "ludopatia", cioè come "dipendenza patologica da giochi d'azzardo o lotterie a premi [....]". Grande dibattito diagnostico, per stabilire se si tratta di povere creature cadute nel gorgo ludopatico o furboni che si danno per malati. Qui per fortuna ci occupiamo di parole e allora dirò che la definizione tra virgolette è quella che si legge sullo Zingarelli, dove viene anche segnato l'anno 1997 come data di entrata del lemma nell'uso in lingua italiana. Nel 1997 io ho impiegato il termine "ludopatia" in un articolo giornalistico. Non l'avevo certo coniato, citavo un libro spagnolo sull'argomento, ma credo che la fonte del vocabolario possa essere costituita da quel mio articolo. Lo Zingarelli dedica una voce anche ad "Azzardopatia", con definizione analoga e datazione al 2014. Nei 17 anni intercorsi (cambi di millennio e secolo compresi) fra l'arrivo dell'uno e dell'altro vocabolo si è sviluppata infatti una certa sensibilità moralistica.

Il gioco ha dei difensori per i quali dire "ludopatia" sarebbe come dire che il gioco in sé fa male, mentre a far male sarebbe il solo gioco d'azzardo. Se penso a opere come la Novella degli scacchi di Stefan Zweig, o ai comportamenti compulsivi che si possono avere con videogiochi in sé per niente azzardosi, mi dico che forse la premessa del ragionamento non è proprio valida. Il gioco può fare male, come no: può essere malato o "tossico", come si ama dire ora. Ma anche se fosse vero il contrario, che ragionamento si fa sulle parole? I bronchi sani dovrebbero essere offesi dall'esistenza della "broncopatia" ? E i cuori magari infelici ma di buon funzionamento fisiologico dovrebbero patire per un nome come "cardiopatia"?

È la pretesa ormai usuale di aggiustare il mondo partendo dalle parole, pretesa che a me ricorda senore quella chanson-à-boire di Tom Waits il cui testo rassicura gli spettatori: "The piano has been drinking, not me".


Questa è Lapsus del 21 ottobre 2023, la rubrica di Stefano Bartezzaghi sulle parole del momento

Leggi i commenti