Cos'è, poi, un lapsus ? Per l'etimologia la sua radice lābi -"scorrere, scivolare" - lo apparenta a labile e per qualcuno persino a lavoro: è la lingua che slitta, devia dal suo cammino quando meno lo vorrebbe, proprio come un pedone che incorra in una buccia di banana mentre sta procedendo con disinvolta sicurezza. Nel parlare come nell'andare (in entrambi i casi è un "discorrere") la sicurezza che si prova abbassa gli standard di attenzione e controllo. La differenza è che il pedone che sta scivolando se ne accorge, tanto che può anche riuscire a restare in piedi, anche se a costo di mosse che scompongono il suo aplomb; il più delle volte invece l'oratore che incorre in un lapsus non se ne accorge neppure, se non dall'ilarità o dall'imbarazzo (o dalla loro congiunzione) che ciò che ha appena detto ha destato nell'uditorio.
La dottrina freudiana del lapsus lo distingue dall'errore semplice - il Roma per toma, il fischi per fiaschi - e anzi nega un po' temerariamente che l'errore semplice esista. Se dici Roma anziché toma è perché a Roma o toma connetti contenuti inconsci mal rimossi e perciò sempre pronti a riaffiorare. Viene in mente che, seguendo Freud, con la famosa affermazione "Lei è un campione di immersione, io sono soltanto un sub normale" il signor Mike avrebbe dato una clamorosa, proprio perché inconsapevole, adesione alla teoria formulata prima da Luciano Bianciardi e poi da Umberto Eco. Anzi, Bianciardi e Eco avevano sostenuto che Bongiorno avesse successo perché mediocre; l'autodiagnosi espressa dal lapsus dello stesso interessato è molto più severa.
In quest'altra prospettiva però il lapsus non è necessariamente qualcosa che si dice. Può anche essere qualcosa che non si dice: un nome dimenticato, una circostanza omessa, una verità taciuta.
Le persone più scrupolose verificano che in ciò che stanno per dire, per quanto innocente ciò sia, non si riscontri qualche elemento che anche soltanto per pura coincidenza metta nei maligni il sospetto che si tratti di un lapsus. Per non parlare di corda in casa dell'impiccato ci si tiene lontani - sublime premura - anche da cordiale, concorde, forchetta, Boiardo.
Come la moglie di Cesare, non soltanto ogni frase deve essere onesta ma deve anche sembrarlo. Un ritegno altrettanto lodevole lo scorso martedì ha dimostrato la politologa Nathalie Tocci. Intervistata a L’aria che tira (La7) da David Parenzo stava commentando i casi di Benjamin Nethanyahu, nella cui carriera si contano diversi scacchi e sconfitte che sulle prime erano parsi esiziali ma che non ne hanno impedito un successivo rientro in scena. Anche oggi a molti osservatori la sorte futura di Nethanyahu pare ormai segnata: il suo accantonamento definitivo non può essere lontano. Lui però sembra voler agire per rimanere al potere e se ce la facesse persino dopo questa guerra dimostrerebbe davvero di saper risorgere dalle proprie ceneri come…
Come chi? Giunta con il suo discorso a questo punto Nathalie Tocci si deve essere accorta che l'automatismo del luogo comune la stava conducendo ad avanzare l'ipotesi che il premier israeliano sia un'araba fenice. E se "fenice" - ancorché connessa ai Fenici - poteva passare, "araba", proprio no. Così, con bella disinvoltura, ha concluso che Nethanyahu dimostrerebbe di essere "l'eterna fenice". Per questa volta il lapsus si è limitato a suggerire la propria presenza potenziale. P¬oi con un rapido e confuso frullo d'ali, è volato via.
Questa è Lapsus del 17 dicembre 2023, la rubrica di Stefano Bartezzaghi sulle parole del momento