Quando il giorno della memoria è passato cosa possiamo ricordarne? Che memoria lascia a sua volta di sé? Nel 1975 Georges Perec ha pubblicato un romanzo intitolato W o il ricordo d'infanzia la cui prima frase recita: "Non ho ricordi d'infanzia". Nell'originale francese i ricordi sono "souvenirs" e lo stesso autore ha scritto anche un libro intitolato Je me souviens, "Mi ricordo". In italiano abbiamo un termine corrispondente al verbo francese: è "sovvenire", e della memoria restituisce l'andamento intermittente e a volte inavvertito, il "venire sotto" o forse "da sotto" - secondo l'arcaica credenza per la quale ciò che non si vede e non si avverte è situato in profondità.
Mentre ciò che in italiano chiamiamo "souvenir" è un oggetto d'acquisto, un nodo merceologico che fai a un fazzoletto perché possa tramandare un ricordo al te stesso futuro, il "sovvenire" è qualcosa del passato che viene ad assaltarti nel presente. A volte accade con i sogni, una cui figura ci sovvenga imprevista dopo ore che siamo desti; o che all'inverso sia proprio un sogno a riproporci una figura di un passato di cui non avevamo trattenuto traccia nella nostra memoria volontaria, come nella vita non onirica può capitare per un casuale incrocio su un marciapiedi o in un bar. Sono i soprassalti del sovvenire: Primo Levi ce ne ha fornito referti scrupolosi, ricavati dalla sua esperienza e dalla rielaborazione operatavi dal tempo. Sogni, impressioni fugaci, odori, per descrivere il cui effetto sulla propria sensibilità e emotività Levi spendeva volentieri il verbo, già dantesco, "percuotere". Spesso si ricordano le diverse screziature che dell'azione della memoria ci può fornire un lessico che adoperiamo perlopiù sbadatamente, senza pensare cioè al modo in cui si è formato: si ricorda nel cuore, si rimembra nel corpo, si rammenta nella mente, si rievoca tramite la voce. Non si sovviene, perché a quello può "pensare" soltanto il sovvenire medesimo. Se abbiamo bisogno di un giorno della memoria, e ne abbiamo bisogno, è perché sappiamo che il sovvenire non è più frequente, anzi non è più garantito. Anche i vaccini del resto hanno bisogno di un "richiamo" e la schermatura degli anticorpi non è garantita a vita. Sarà tanto più vero per quegli speciali anticorpi che dovrebbero vaccinare l'intera società da esperienze tragiche, attraversate con sgomento nel passato e allora superate vittoriosamente per concorsi di circostanze che a posteriori si possono ritenere pressoché miracolosi. Il titolo estremo di Levi, I sommersi e i salvati, potrebbe essere applicato appunto anche ai ricordi. Alcuni si sommergono, altri si salvano, per altri ancora, volendo non perderli, cerchiamo di comandarceli, tramite qualche dispositivo del genere "Salva col nome". I sommersi e i salvati era il titolo di un capitolo del suo primo libro (e del libro intero avrebbe potuto anche essere il titolo), quel Se questo è un uomo che in prima battuta, nel 1947, Einaudi rifiutò: non era il momento di raccontare e ricordare, troppo giovane e incombente era il passato per voltarsi a ritrarlo. Oggi non è che non vogliamo ricordare: anzi ci diciamo l'un l'altro "ricòrdati di ricordare", come in una canzone o come in quei promemoria che in certe case si incollano sull'interno della porta d'ingresso: Hai preso le chiavi? Hai con te il cellulare? Nel libro che, nel 1986, riprendeva il titolo formulato già quarant'anni prima, Levi dava inizio al primo capitolo scolpendo l'affermazione: "La memoria umana è uno strumento meraviglioso ma fallace". La memoria di quel che è stato - e che (ammoniva ancora Levi) essendo stato potrà essere ancora - non si è incisa nei corpi, nei cuori, nelle menti, nelle voci. A dircelo non sono soltanto i revisionismi, a cui Levi dedicò il suo ultimo articolo per la Stampa ("Buco nero di Auschwitz", 22 gennaio 1987), e le fandonie negazioniste che si sono acquattate per decenni, in attesa di trovare i media di piena efficienza che la comunicazione social ha loro fornito. Ce lo dice proprio il Giorno della Memoria, dispositivo di memoria artificiale necessario a supplire al mancato automatismo con cui potremmo e dovremmo ripudiare l'antisemitismo e ogni altro pregiudizio potenzialmente genocida. Ora che sono rimasti in pochi i testimoni diretti, preziosi superstiti memori, la memoria della Shoah sta per non essere più incarnata e per tramutarsi definitivamente in una nozione, un'unità culturale repertoriata nel bailamme enciclopedico del sapere universale. Sarà possibile, se non reincarnarla nella coscienza sociale, fare in modo che sia lei a sovvenirci, ogni volta che l'ombra sinistra della sopraffazione torni ad allungarsi sulle nostre terre?