Spettazione
di Stefano BartezzaghiJannik Sinner non lo sa ma dopo aver così brillantemente affrontato e risolto tante imperfezioni della sua preparazione, dopo aver perciò potuto raggiungere un risultato di prim'ordine, gli è rimasto un problema per cui sarà meno facile perfezionarsi. È vero che sembra, forse per istinto, avere un'idea di come affrontarlo. Però non può saperne molto perché non è un problema di tecnica tennistica e anzi non è di natura strettamente tennistica. E poi perché tale problema si chiama con una parola, "spettazione", che non è propriamente in uso. Ci sono parole che non ci sono, infatti. Qualcosa che vorremmo avesse nome e non ce l'ha, per riferirci a cui siamo costretti a giri di parole poco efficaci o a pseudo-sinonimi poco focalizzati sino a quando la pazienza si riduce a essere meno del coraggio e allora quel nome ci autorizziamo a inventarlo. Un caso che è stato ricordato in questi giorni è quello di Gianni Brera a cui il nomignolo Gigi per Luigi Riva pareva inadeguato e allora si inventò il nome quasi apache di Rombo di Tuono. Lui era Brera e ha fatto bene ad autorizzarsi. Un altro che ha fatto benissimo è stato lo scrittore Alessandro Mari che, alle prese con la traduzione della biografia di David Foster Wallace (D.T. Max, Ogni storia d'amore è una storia di fantasmi, Einaudi Stile Libero 2012), si è trovato a dover decidere cosa fare con una parola che l'autore del libro proclamava a ragione come una delle preferite da Wallace (uno che sulle parole era, come dire, piuttosto selettivo). La parola inglese era spectation, cioè l'"attitudine passiva a guardare e subire i programmi televisivi" ma anche "la vita" (così l'ha definita Mari). La "spectation" è dunque la condizione dello spettatore, parola quest'ultima comunissima anche in italiano. Dove Wallace scrive "spectation" altri traduttori si sono accontenati di approssimazioni come "visione", "contemplazione", forse qualcuno sarà arrivato a "fruizione". Questo caso di penuria nominis era già ben presente a chiunque si sia dovuto trovare a riferirsi a ciò che nel campo della comunicazione verbale scritta è la lettura. Come nominare l'equivalente della "lettura" nel visivo, quindi a proposito di una mostra, un film, un graffito, una pièce teatrale, un concerto, una partita di tennis, uno spot, il telegiornale, Sanremo, una volta affrescata? A pagina 285 dell'edizione italiana di D.T. Max c'è una nota in calce in cui Mari si dà coraggio. La nota infatti riguarda la parola spettazione con cui ha deciso di tradurre spectation. "Più che un calco sull'originale", ha spiegato, "spettazione rimanda al latino spectare (guardare, osservare, assistere a uno spettacolo)". Bravo lui, ma ci voleva tanto? È una parola che non aspettava altro che un atto di nascita. Nella speranza che tale atto venga ratificato dai vocabolari (ci sono già state due spettazioni, in italiano, coi significati rispettivamente di "ammirazione, stima" e "aspettativa"), contribuiamo al suo realizzarsi cominciando a usare l'utilissimo lemma. Qual è la differenza fra il tennis come gioco e il tennis come sport? È la stessa che passa tra tutti i giochi e tutti gli sport. Ogni sport è infatti un gioco come tutti gli altri, salvo che ha delle persone disposte a pagare per assistervi. Magari molte persone. Magari moltissime - ed è il caso del tennis. Nei termini di Wallace (e Mari) possiamo quindi dire che la formula dello sport è: gioco più spettazione. Nei decenni gli sport sono cambiati ed è cambiata la loro spettazione ma a voler ben vedere sono stati i cambiamenti della spettazione a determinare i cambiamenti dello sport. Lo sport è uno dei motivi per cui, per esempio, i telespettatori sono disposti a pagare il diritto di assistervi in diretta. In Italia per che altro genere televisivo sarebbe lo stesso? Forse per Sanremo: ma forse. Per lo sport, almeno per sport come quello in cui ha da poco cominciato a eccellere Sinner, questo avviene su base planetaria. Volete vedere uno di questi cambiamenti? Nessuno ha invitato Gigi Riva a Sanremo, all'epoca in cui affermava la sua fama. Bartali e Coppi erano sì andati al Musichiere, nel 1959, ma si trattava di una trovata eccezionale. I campioni sportivi non erano considerati membri permanenti dello star system, non erano intesi "fare comunicazione". A recitare le semplici battute di uno spot pubblicitario facevano figure pressoché vergognose ancora i calciatori campioni del mondo del 1982 e dal modo naif e a volte genialmente personale con cui i campioni occupavano le scene tv la Gialappa's Band ha ricavato gran parte dello spasso che ci ha regalato con i suoi programmi in quegli anni. Ma non era che un inizio. Chi oggi tenga d'occhio i casi, ormai frequenti, in cui sportivi e sportive denuncino problemi psichici vedrà come l'oggetto di tali denunce rimanda quasi sempre all'ordine della spettazione: l'obbligo continuo delle interviste, il dover corrispondere alle aspettative dei tifosi, la sensazione incessante che eccellere nella propria disciplina non basti. E oggi ci sono anche i social. Sinner ha deciso che a Sanremo alla fine non ci va perché deve allenarsi. È una messa a punto: prima il gioco e poi la spettazione.
Questa è Lapsus del 4 febbraio 2024, la rubrica di Stefano Bartezzaghi sulle parole del momento