Minaccia

Minaccia

Proprio come la spada di Damocle, pende dall'alto sui nostri capi e lo avvertiamo bene in questo periodo

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Racconta Cicerone che a Siracusa Dionigi il Vecchio aveva deciso di concedere un assaggio dei propri privilegi di tiranno a un cortigiano che se ne diceva invidioso. Lo mise al proprio posto, gli fece avere quanto potesse desiderare e il cortigiano ne fu felice sino a che non si accorse che in asse alla propria testa era sospesa una spada, affissa al soffitto e, grossa com'era, sostenuta soltanto da un esile crine di cavallo. Aveva nome Damocle e si sentiva minacciato; trovandoli tanto più rassicuranti, pur se tanto meno opulenti, rientrò prontamente nei propri panni.

Chi pensasse che la parola "minaccia" sia un derivato spregiativo della "mina", l'arma esplosiva che si sotterra, e abbia dunque una relazione con miniere e minerali si sbaglierebbe. Malgrado la loro rassomiglianza esteriore, di "mina" "minaccia" è soltanto quello che in enigmistica si chiama un falso peggiorativo, come "focaccia" di "foca". La "mina" era invece una sporgenza incombente, da una radice che riporta anche a quella di "monte". Proprio come la spada di Damocle, la minaccia pende dall'alto sui nostri capi e lo avvertiamo bene ora che i giornali, anche quelli non portati all'enfasi, titolano "Minaccia nucleare nello spazio" a proposito dei nuovi armamenti antisatellite di cui la Russia potrebbe presto disporre. Dallo spazio al sottosuolo mine e minacce si moltiplicano, visibili e invisibili, e riempiono gli organi informativi e, di conseguenza, quelli sensoriali di cui disponiamo come individui.

Ma in questo secondo caso non si tratta degli organi con cui percepiamo fisicamente le forme, i suoni, gli odori, i sapori, le sostanze del mondo. Sono invece i loro doppi astratti, quelli che ci rendono consapevoli di quanto non c'è ancora ma pure potrebbe esserci. La visione di quel che non si vede; l'orecchio per l'inaudibile; il fiuto per quanto potrebbe essere lì lì per capitare. Finché ci basavamo unicamente su queste pseudopercezioni istintuali non eravamo però così in ansia quanto lo siamo oggi. Dotati come siamo di tecnologie e sistemi per trattare dati oggi cerchiamo di impiegarli per prevenire ogni possibile problema: cioè per sventare minacce. Ma ogni volta che ci sottoponiamo alle code e alle svestizioni dei controlli aeroportuali ci ricordiamo di non sapere quante e quali minacce vengano effettivamente sventate da tali sistemi di prevenzione; abbiamo in compenso l'impressione che la volontà di prevenirle ne abbia fatte sorgere parecchie, chissà se reali o immaginarie.

Non sempre decidere è infatti agevole. Immaginarie sono le minacce che l'ansioso si figura da sé come l'ipocondriaco nello sfogliare un manuale di patologia. Minaccia reale è un'arma puntata: lo è sempre, da un certo punto di vista lo è anche se finge soltanto di essere un'arma, trattandosi in effetti di un giocattolo, o altro simulacro. Ma costituisce minaccia anche un'arma non puntata?

La Guerra Fredda ci aveva reso avvezzi alle circonvoluzioni mentali della deterrenza. Richiamare riservisti, schierare truppe al confine, costruire navi (come nella struggente canzone "Shipbuilding" scritta da Elvis Costello per Robert Wyatt mentre l'Inghilterra preparava la guerra contro l'Argentina per le Falkland/Malvine), pattugliare i confini del proprio spazio sono tutte azioni perfettamente lecite in pace eppure contribuiscono all'escalation. Il loro effetto è quello provato da Damocle, e da ognuno di noi quando uno sguardo sul marciapiede, un'anomalia nel traffico, un'intemperanza in un talk-show o magari il sopracciglio arcuato di un medico ci agita.

Del resto è soltanto l'ingenuo Damocle ad aver bisogno di una reale spada pendente sul suo cranio: la spada è una specie di strumento didattico che il tiranno impiega per far sentire a Damocle la minaccia che altrimenti non percepirebbe. Senza vedersi puntata contro alcuna spada Dionigi sa cosa incombe su di sé. Il punto alla fine è anche giuridico: chi si sente minacciato ha il diritto di difendersi? E sino a che punto? Se un passante ci guarda male, o così ci è parso? Se invece a guardarci male è il suo pitbull mentre lui ci assicura che è buono come un agnello?

Siamo minacciati, ma anche bersagliati di discorsi che vogliono che si sentiamo minacciati. Se ognuno potesse farsi un'idea precisa delle spade pronte a trapassarlo, quelle e non altre, la politica, la comunicazione e il marketing dovrebbero escogitare qualcosa di nuovo, per abbindolarlo.


Questa è Lapsus del 18 febbraio, la rubrica di Stefano Bartezzaghi sulle parole del momento

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