"O Italiani, io vi esorto alle storie", esclamava Ugo Foscolo, non senza enfasi. Ma alle isterie, invece, chi ci ha mai esortato? Da antica (ed equivoca) categoria psiconeurologica, l'isteria sembra essersi convertita in una chiave buona per molti usi, quasi un passepartout utile in campo mediologico, ma anche politico, diplomatico e persino bellico. Titoli recenti: "Azioni, l'allarme: siamo vicini all'isteria che ha portato allo scoppio della bolla dot-com"; "Come l'isteria della privacy sta uccidendo la street photography", "Nuova isteria di massa per Kim Jong Un", "Lo spot dell'Esselunga e l'isteria del ceto medio divorzista", "Barilla: Su olio di palma isteria collettiva, non c'è alternativa migliore".
Per quanto si tratti di casi intercorsi negli ultimi mesi, soltanto a fatica - o grazie a Google - se ne sanno ricostruire le circostanze specifiche: ma questi titoli rendono già abbastanza chiaro il valore con cui l'etichetta di "isteria" viene applicata in ognuno di questi casi disparati. I tempi sono sempre tre. Nel primo si determina un fenomeno (tendenza di mercato, apparizioni di despota coreano, spot, allarme su un prodotto); nel secondo tempo si delinea una reazione collettiva al riguardo; nel terzo tempo chi vuole contrastare questa reazione la bolla come isterica.
In tutto ciò si sarà notato che isterico è sempre l'altro, anche inteso come altra. Anzi, soprattutto come altra, se si fa caso alla radice etimologica uterina della parola, coniata in epoche di fisiologia ideologica e patriarcale. Ma come la mettiamo quando l'isteria è attribuita a noi, proprio a noi? Intendendo con "noi" tutta la nostra società e anzi l'insieme delle società di cui la nostra appartiene, al test ci sta sottoponendo da anni Vladimir Putin, tramite il suo portavoce Dmitrij Peskov, la funzionaria Maria Zakharova, il ministro Sergej Lavrov. Nel 2021 quando l'Occidente criticava la condanna di Aleksei Navalny, Peskov disse: "L'isteria sta passando il segno". Il 16 febbraio 2022, alle preoccupazioni occidentali per l'addensamento di truppe russe ai confini con l'Ucraina, Peskov diagnosticava: "La natura del flusso di questa isteria occidentale mostra che il culmine è ancora lontano. La remissione non arriverà immediatamente, dobbiamo essere pazienti". Il giorno dopo Zakharova disse: "Non ci sarà la guerra, chiediamo all'Occidente di fermare l'isteria contro di noi". La settimana successiva le truppe russe invadevano il territorio ucraino.
Nel settembre successivo, il referendum sull'annessione del Donbass fu legittimato da Lavrov che affermò che era stato richiesto dai territori interessati e commentò le proteste dell'Unione Europea: "L'isteria che abbiamo visto è molto eloquente". Venendo all'attualità più recente ancora Lavrov ha parlato ancora di "isteria della Ue", a proposito della morte di Navalny. È insomma lecito il sospetto che "isteria dell'Occidente" sia la formula in codice che sta per: "l'Occidente ci ha visto giusto". "Invasore io? Sei tu che sei isterico". Questa la formula che, a quanto pare, funziona.
E funziona anche sostituendo a "invasore" "fascista", "criminale", "antisemita", "oppressore", "terrorista ". Del resto tale formula è nel patrimonio genetico del concetto di isteria, la cui diagnosi veniva riservata dalla psichiatria ottocentesca a ogni espressione e manifestazione dell'interiorità delle donne considerate uterodirette. Per gli psicoterapeutici odierni isteria o meglio isterismo sono i nomi di forme di nevrosi equamente distribuite tra uomini e donne e caratterizzate "da comportamento labile, teatrale, impulsivo" e accompagnate "a disturbi transitori come convulsioni, vomito, tremore, amnesia, sonnambulismo" (Zingarelli). "Labile, teatrale, impulsivo" il nostro comportamento non lo è quando a Putin e ai suoi fa comodo dirlo. Ma questo non significa che non lo sia mai.
E come si potrebbe anzi essere esenti da isteria, quando ogni proposta, offerta, sollecitazione ci viene avanzata a botte di marketing esperenziale e neuromarketing? L'adesione è diventata una condivisione, la convinzione un elemento identitario; un virgolettato riportato chissà come ci ispira istantanea indignazione e quella che chiamiamo comunicazione è una successione di scosse e impulsi, piuttosto che l'ars oratoria ricorda la comunicazione del movimento fra una palla e l'altra sul tavolo da biliardo. Così "isteria" è ogni reazione emozionale degli altri a qualcosa che lascia freddi noi, che sembreremo a nostra volta isterici quando reagiremo a qualcosa che ci piace o ci dispiace intensamente. Guy Debord forse oggi parlerebbe di società dell'avanspettacolo, giacché il tempo ha prodotto platee che tirano o reggiseni o gatti morti sul palco e altro non fanno, tertium non datur. A proposito di comportamenti labili, teatrali, impulsivi, a una tale società sembriamo felici di renderci uteri.
Questa è Lapsus del 10 marzo, la rubrica di Stefano Bartezzaghi sulle parole del momento