Astensione

Astensione

Non andiamo più a votare? Forse perché non abbiamo più voglia di essere impegnati

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Quelli che votano scheda bianca per non sporcare, oh yes. Così cantava Enzo Jannacci, su testi di Beppe Viola e ispirazione generale di Jacques Prévert, ed era il 1975. Alle elezioni politiche dell'anno successivo partecipò il 93 per cento dell'elettorato. Una parte dei solerti cittadini dovette aprire la scheda e poi richiuderla dopo aver manovrato la matita copiativa con una mano sola, l'altra essendo presumibilmente impegnata ad adempire al precetto formulato da Indro Montanelli: "Turatevi il naso e votate DC". Il possibile sorpasso del Pci berlingueriano infatti non avvenne anche grazie alla malavoglia con cui elettori con la puzza sotto il naso si erano sottoposti alla corvée per puro timore o almeno sospetto anticomunista.

Però con quanto entusiasmo altre porzioni dell'elettorato fecero la fila ai seggi, con l’intento di contare facendosi contare! Soltanto nel 1975 la maggior età era stata abbassata da 21 a 18 anni e di conseguenza la base elettorale della Camera dei Deputati si era estesa di molto, anche perché a votare per la prima volta andavano i nati nel 1957-1958, ovvero, per l'Italia, i primi baby-.boomer. Al 7 per cento che allora si astenne avrà davvero contribuito qualcuno che non aveva votato "per non sporcare" ? Si può meglio presumere che vi siano stati degli incerti, seguaci magari inconsapevoli del precetto giuridico "In dubiis abstine”. E poi ci saranno stati i perfetti disinteressati, gli impossibilitati per ragioni di salute o di lontananza dalla residenza, coloro che nulla sapevano delle elezioni e del loro stesso essere elettori. Quegli stessi che fecero il loro debutto elettorale nel 1976 oggi sono genitori, quando non nonni, di cittadini che invece approfittano del loro diritto al voto in percentuali assai inferiori e anzi ormai decisamente basse. Pur così enfatizzate dalla comunicazione pubblica, le ultime elezioni regionali hanno richiamato alle urne poco più della metà dei cittadini in possesso di tessera elettorale. Ancora una volta: non volevano sporcare?

L'impressione è che dal paradosso di Jannacci-Viola ci separi una particella pronominale e che questi lascino bianca la propria scheda, o meglio non vadano neppure a ritirarla, per non sporcarsi. Per non sporcare sé. Governate pure l'Abruzzo, e l'Italia: but not in my name. Le cause a cui far risalire l’attuale astensionismo sono discusse in analisi statistiche, sociologiche, politiche a volte assai raffinate e approfondite. A queste si potrebbe aggiungere una semplice osservazione sui cambiamenti d’epoca. In modo che a volte può apparire persino comico negli anni Settanta l’enfasi era sull’”impegno”, engagement per i più ricercati (oggi sarà il caso di rimarcare che si tratta di una parola francese e non dell’omonimo termine inglese che attualmente si usa per riferirsi a coinvolgimenti social e traffici d’influencer).

Recentemente si ricordava qui lo slogan “Lotta, lotta, lotta! / Non smettere di lottare” e la lotta era proverbialmente “dura” e programmaticamente “continua”, In questa sede, ora, se ne fa una questione non politica ma prima di tutto energetica e da questo punto di vista oggi bisogna ammettere che siamo al polo esattamente opposto. Mettiamo in valore il relax, accusiamo lo stress, perseguiamo il benessere, ci vediamo ben accampati ciascuno in una “comfort zone” (uno degli emblemi meglio eloquenti del nostro ridicolo) e ciascuno esorta ciascun altro a uscire dalla propria.

Vai! gli gridiamo, dal divano. Se di un termine come “tensione” non avvertiamo più che le accezioni ansiogene, se aspiriamo alla più durevole distensione, allora potrebbe darsi che siamo anche portati a ritenere l’astensione un atteggiamento elettoralmente raccomandabile. Il tradizionale menefreghismo e il sempre latente qualunquismo si ammanterebbe di qualche valore sapienziale, se non filosofico: un’acquisita superiorità epicurea rispetto alle delusioni subite.

L’impegno racconta una storia fatta di tenacia e di lavoro, sforzi volti a cambiare qualcosa. Ma già quando si parla di delusione si opera uno spostamento vistoso del piano di discorso. Non è più l’Homo Faber a parlare, ma il soggetto sensibile, che prova passioni e va dall’entusiasmo all’illusione, da questa alla delusione, cui conseguono frustrazione e rabbia. Possiamo pensare che chi oggi si astiene abbia attraversato tutte le diverse fasi e che abbia maturato quello che ritiene essere un convincimento razionale, cioè che persino quella forma minima e per nulla faticosa di impegno che è il voto non serva a nulla e che dunque non valga neppure il modestissimo sforzo che richiede. La sua astensione invece è l'esito non di un ragionamento, ma dell'evoluzione del suo stato d'animo, dalla tensione al suo opposto: un modo per sottrarsi alla comunicazione elettorale, quindi all’interlocuzione con il potere, sbadigliano per far capire che da lui ormai non ci si aspetta più nulla.

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