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Pasqua

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Ma siamo davvero felici in questo giorno di festa? Nel dubbio, tanti auguri!!
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Ma quanto tempo sarà passato dall'ultima volta che si è sentito dire "Felice come una Pasqua"? Sarà per un'impressione magari sbagliata, o per un caso, ma pare proprio che una volta il modo di dire fosse assai diffuso, mentre ora no, sembra proprio non esserlo più. Forse si è anche persa la memoria di Totò e dei suoi incipit fulminanti.

C'è un racconto in cui Federico Fellini - che era regista anche quando scriveva - racconta di Totò che come una sorta di "antico tucano" entra in un teatrino d'avanspettacolo passando per la platea, sale sul palco e saluta il pubblico con un compiaciuto e rauco "buona Pasqua", essendo però a novembre. Pare proprio di vederlo. Se la Pasqua è collegata all'ilarità dev'essere per la sua dimensione umana. Segna infatti il ricorrere del maggiore prodigio, il miracolo supremo della religione in cui è cresciuta tanta parte della nostra società.

Nello stesso ambito, ancora più inspiegabile ed enormemente più vasta della Pasqua è stata la Creazione, ma definirla "miracolo" sarebbe inadeguato. Il miracolo avviene in presenza di qualcuno che lo ammiri, che se ne stupisca e magari sgomenti. La Creazione ha preceduto la nostra venuta al mondo e casomai l'ha preparata e perciò è decisamente sovrumana anche dal punto di vista dimensionale. Certo metafisica e sovrumana come azione in sé, come oggetto di apprensione, meraviglia, sgomento la Resurrezione è invece del tutto alla nostra portata.

La Creazione serviva a farci vivere, la Resurrezione a non farci morire. È per noi, per il nostro stupore e per l'annuncio insperato che introduce nel campo del possibile. Di che essere felici, di che ridere, anche, come fanno i bambini battendo le mani per la sorpresa. Il nome ci arriva dal latino cristiano "Păscha", passando dal greco "páscha" e prima ancora dall'ebraico "pésah" e dall'aramaico "pashā", che significano entrambi "passaggio". La festività infatti commemorava originariamente l'uscita degli Ebrei dalla schiavitù egiziana, ma poi ha fatto essa stessa un "passaggio", dall'ebraismo al cristianesimo. Nel compierlo si è anche ibridata linguisticamente, poiché è stata avvicinata al latino "pāscua" ‘pascoli’, che a sua volta ha a che fare con "pascere" e con i nostri "pastori" e "pasto".

A Pasqua si è infatti felici anche perché si mangia. Uova, sode e di cioccolato, simbolicamente legate alla vita nascosta nell'apparentemente inanimato. Insaccati e vino, prepàrati prima dell'inverno e lasciati a stagionare nei mesi freddi, bui e poveri. Grano di Pasqua. Tutte tradizioni che alludono in generale a tesori nascosti che si aprono e, per i devoti, in particolare a Gesù che esce dal Sepolcro. Anche la colomba della pace e del ramo di ulivo usciva dal chiuso protettivo e salvifico dell'Arca. Sarà allora per queste connotazioni gioiose (e di sollievo) che Totò amava suscitare la prima risata con un saluto pasquale? Una volta però innovò il suo esordio e invece che "Buona Pasqua" salutò il pubblico con "Buon Ferragosto". Succedeva nel 1966, a Studio Uno. Era primavera inoltrata, la Pasqua era già passata, l'allegria restava. Totò, assieme alla sua spalla Mario Castellani, presentò lo sketch in cui ride, contagiosamente, mentre un energumeno lo chiama "figlio d'un cane" e lo pesta sonoramente, rivolgendoglisi, guarda un po', col nome di Pasquale. "E che me frega a me, che, so' Pasquale, io?".


Questa è Lapsus del 31 marzo 2024, la rubrica di Stefano Bartezzaghi sulle parole del momento

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