Andare a casa o restare a casa? Per quanto sottile, la differenza fra i due modi di dire è una fenditura che comincia a separare e consente così di distinguere fra due tipi di dimissioni: quelle di una potente da quelle delle lavoratrici. La potente va (o non va) a casa: con le dimissioni le lavoratrici a casa ci restano.
Lo si dice al femminile, sì: e per due motivi alquanto diversi. Nel primo caso è perché in questi giorni si è parlato soprattutto di Daniela Santanchè, attuale ministra del turismo. Sue dimissioni vengono richieste dalle opposizioni, anche con una mozione di sfiducia, a causa della chiusura delle indagini per truffa aggravata ai danni dell'Inps che la riguardano. È attesa la richiesta di rinvio a giudizio da parte della Procura di Milano, ma la mozione di sfiducia è stata bocciata in Parlamento e la ministra ha dichiarato che non darà le dimissioni. Non vuole cioè "andare a casa", come si dice in questi casi. Questo per quanto riguarda la potente.
In questi stessi giorni esce un libro che parla molto anche di dimissioni, sia pure di tipo assai diverso. Lo ha scritto la giornalista Irene Soave e si intitola Lo Statuto delle Lavoratrici. Come ti senti, a cosa hai diritto, dove possiamo cambiare (Bompiani). Il libro è sia un'inchiesta giornalistica sia una narrazione personale di esperienze vissute e raccolte sia un'invettiva appena trattenuta, dietro un sorriso che però non fa sconti. Il secondo sostantivo del titolo è "lavoratrici" e, dal punto di vista grammaticale, si tratta di un femminile sovraesteso.
Per "lavoratrice" l'autrice intende chiunque sia pagato poco, sia costretto a sacrificare la vita di relazione, subisca vessazioni da parte dei superiori, donna o uomo che sia. Quindi, spiega, "risolvendo i problemi che escludono le lavoratrici starebbero meglio tutti i lavoratori". Se a essere contento delle proprie condizioni di lavoro è il cinque per cento della popolazione attiva appare chiaro che occorra un ripensamento generale.
Soave suggerisce di partire dalla constatazione su cui chiude il libro: "L’umano, nel mondo del lavoro, è decisamente fatto a forma di femmina. E come le lavoratrici, rischia sempre più di rimanere in panchina, soppiantato da alternative più convenienti". Quel "rimanere in panchina" richiama il "restare a casa" di cui parlavo all'inizio e ci riporta al lemma-lapsus odierno: "dimissioni".
Nel libro di Soave ricorre con diverse qualifiche. "Silenziose" sono le dimissioni che equivalgono al quiet quitting statunitense: si lascia il lavoro "senza dirlo", eseguendolo sciattamente e facendo cadere la penna non un minuto dopo il termine orario, quindi al minimo della sufficienza per qualità e quantità. "In bianco" sono le dimissioni firmate senza data al momento dell'assunzione, perché il datore di lavoro possa disporne quando più gli farà comodo senza ulteriori contrattazioni o contestazioni (tipicamente al momento di dover concedere a una dipendente un congedo per matrimonio o per maternità).
"Volontarie" sono le dimissioni che nel 2022 sono state date da più di due milioni di lavoratori: vicende singole che come granelli di sabbia finiscono per accumularsi e spiaggiarsi nella distesa delle cosiddette "grandi dimissioni", fenomeno macroscopico in tutto l'Occidente che però in Italia si innesta sulle particolari condizioni pregresse del mondo del lavoro. Occorre dunque riformare lo Statuto dei Lavoratori, nel senso di farlo diventare Statuto delle Lavoratrici, essendo la condizione femminile il migliore indicatore dei problemi ambosessi del settore. Con "grandi dimissioni" si adatta all'italiano l'anglofono "great resignation" che ci ricorda che le dimissioni vengono, come dire, "rassegnate"; anche "dimesso" non è propriamente un termine euforico. Nel caso - sovraesteso - delle lavoratrici, e a meno che non sia per smart working, restare a casa è una soluzione sbagliata, conclude Soave.
Ma per le ministre? Daniela Santanché, la stessa ministra che resta al suo posto malgrado la grave ipotesi accusatoria che la coinvolge, nel 2013 aveva consigliato di "tornare a casa" a Josefa Idem, allora membro del governo di Enrico Letta. La circostanza era pressoché bagatellare: un'irregolarità fiscale già sanata con un'ammenda; ma quando a chiederglielo fu il suo presidente del Consiglio la sottosegretaria tornò a casa. Vedremo come finirà con le dimissioni di Santanché. Se arriveranno non saranno certo né grandi né grandiose; ma arriveranno? Si dice che, per la legge, "non bis in Idem".
Questa è Lapsus del 7 aprile 2024, la rubrica di Stefano Bartezzaghi sulle parole del momento