Monologo

Monologo

Com’è successo che sia diventato un genere televisivo. Molto temuto dai governi

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Da quando la censura della Rai meloniana si è abbattuta sul breve testo antifascista di Antonio Scurati, cercando anche ridicoli pretesti amministrativi non appena la grottesca gravità della gaffe si è manifestata, sorge una domanda tecnica e quindi forse frivola, nel tempo in cui la morale ideologica sembra essere la forma sola e unica di ogni cosa. Com'è successo che il monologo è diventato un eminente genere televisivo?

A memoria di telespettatore non specializzato il grande promotore del monologo televisivo, almeno per quel che riguarda il presente snodo storico, è stato Fabio Fazio, che ha fatto leggere in tv a Massimo Gramellini i suoi articoli, ha convinto Michele Serra a produrre delle sorte di "amache" televisive, ha dato spazio e microfono a Francesco Piccolo, ha inventato un appuntamento fisso con Roberto Burioni per spiegarci prima la pandemia e poi altre questioni sanitarie ma prima di tutto ha lanciato i monologhi di Roberto Saviano organizzando loro attorno persino intere trasmissioni, all'epoca di Vieni via con me e di Quello che non ho.

In tv naturalmente monologhi ce ne sono sempre stati e basti il nome di Beppe Grillo, che deve la sua fama proprio alla forza squassante della sua presenza monologante. Un suo ancor più autorevole predecessore ne aveva anche fornito in chiaro e in grande evidenza la formula: A me gli occhi, please diceva il titolo di Gigi Proietti, in uno one-man show interminabile e vittorioso. Azzeccatissimo anche il titolo del primo programma Fazio-Saviano: Vieni via con me (che viene da Paolo Conte e non dal Taratapunzi- e di Marcello Marchesi cantato da Loretta Goggi).

Infatti il monologhista vuole proprio farsi seguire dal pubblico, portarlo da un'altra parte, non diversamente da come l'Ulisse dantesco con la sua "orazion picciola" intese rendere i marinai suoi "compagni" tanto "aguti al cammino", ansiosi cioè di fare qualcosa di buono, e di seguire "virtute e canoscenza". Il monologo è una risposta possibile al finto equilibrio dei talk show, la cui dialettica risponde alla concezione poco hegeliana che ne aveva Aldo Biscardi (che, ancor più di Maurizio Costanzo, è stato il vero fondatore del talk show all'italiana). Ma è una risposta difficilissima, poiché richiede a chi lo tiene doti non comuni nell'arte di costruzione del discorso. Essere o non essere?

Il più famoso fra tutti i monologhi è l'espressione sublime di un dubbio profondo, del più profondo dei dubbi. Ma nella comunicazione contemporanea è invece necessario essere assertivi, incisivi e perciò memorabili. Il discorso però, illuminando una posizione, mostra anche l'ombra della posizione contraria. È infatti giusto che non si contesti la parzialità di ogni monologo, poiché questo si presenta per definizione come espressione di un punto di vista individuale. Individuale, e qualificato. Decidere chi è qualificato per parlare è diritto di quella istanza che si chiama editoria e che, quando c'è, non può tollerare né le censure della politica né l'uno vale uno dell'antipolitica.


Questa è Lapsus del 28 aprile 2024, la rubrica di Stefano Bartezzaghi sulle parole del momento

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