Superbonus

Superbonus

Alle radici di un termine che spesso ci inganna

2 minuti di lettura

La sua apparenza onomastica è quella di un possibile supereroe dell'amore latino. Sostituendo il prefisso con quello che oggi si considera più adeguato e applicando la dizione romanesca d'ordinanza: uno strafico. Ma l'apparenza, si sa, inganna e quindi a proposito di Superbonus tocca accontentarsi di un provvedimento per l'edilizia, un'agevolazione fiscale di cui comunque non è sottovalutabile, se non il sex, almeno il tax appeal.

"State buoni, se potete": l'antica esortazione ai monelli del fondatore degli oratoriani, Filippo Neri (poi San) può essere declinata come precetto di politica economica indicato per governi di ogni orientamento ed estrazione: "Fate bonus, se potete". Il bonus è infatti una retribuzione aggiuntiva, qualcosa donato in più di quanto dovuto, un vantaggio che esorbita dalla bruta contrattazione. La sua funzione reale, o causa finale, appare chiara dal suo nome italiano: gratifica. E sarà vero che non si può servire sia Dio sia Mammona, ma per entrambi le istanze si tratta di fare il bene e fare i buoni: cioè bonificare ed essere bonificati.

Ma anche qui l'apparenza inganna: bonus non arriva da noi dal latino e dalla storia, bensì dalla geografia e dall'inglese. È insomma lo stesso caso di "medium" e "plus", salvo per un dettaglio: la pronuncia inglese di bonus non è poi così distante da quella italiana e così a proposito di essa non sorgono quelle tristi controversie fra chi dice "mass media" con la E e non con la I perché "è latino, non inglese" ("Prof, di che declinazione è "mass"?").

Il termine "bonus" è insomma un prestito, oltretutto molto recente. È entrato nella lingua italiana soltanto nel 1983, quindi già nel decennio in cui il personale è stato ribattezzato "risorse umane", voce di bilancio da "gestire" in modalità "ottimali". Il "bonus" è appunto una di queste modalità. Ci è arrivata invece dal tedesco, e nello stesso anno, l'espressione assicurativa "bonus-malus": polizza divisa in due settori, come la lavagna delle nostre scuole elementari e come l'Aldilà cristiano (ma prima dell'invenzione del Purgatorio). Quando chiamiamo "bonus track" la canzone aggiuntiva in un'edizione speciale di un disco sappiamo bene che si tratta di espressione inglese.

Quando però la adattiamo all'italiano facciamo un po' di confusione e infatti nella nostra disgraziata politica demografica abbiamo avuto anche il "bonus bebè", che in linea di principio dovrebbe significare che in aggiunta allo stipendio ti danno un neonato. Invece era un bonus dato per un bebè e non un bebè dato come bonus. L'equivoco non si è presentato con il "sisma bonus": qualcosa deve essere suonato all'orecchio dei buro-legislatori e li ha fortunatamente resi consapevoli che un eventuale "bonus sisma" sarebbe parso un terremoto in regalo.


Questa è Lapsus del 19 maggio 2024, la rubrica di Stefano Bartezzaghi sulle parole del momento

I commenti dei lettori