Frociaggine
di Stefano BartezzaghiIl Papa è argentino, quindi non sa bene l'italiano e non manovra bene registri e connotazioni. Il Papa è argentino, e maschio, quindi tramanda una tradizione culturale fortemente machista. Il Papa ha ottantasette anni, quindi gli capita di sproloquiare per allentamento dei freni inibitori. Il Papa è un papa, quindi è a capo di una organizzazione fortemente omofoba (ancorché formata da una quantità rilevante di omosessuali: come affermato appunto dal Papa). Il Papa è un papa, quindi è il custode di un'ortodossia religiosa fortemente omofoba (ancorché assai più esibita che praticata coerentemente). [...]
Giorgia Meloni che si presenta come "stronza" non ha lo standing istituzionale sufficiente a farle distinguere un saluto in un'occasione formale a un presidente di Regione da una ripicca personale. Giorgia Meloni non ha fatto che citare, senza nemmeno rivolgerlo a lui, l'insulto che le aveva riservato il presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca. Vincenzo De Luca aveva parlato in una situazione non formale, sia pure durante una visita a Montecitorio. Anzi, De Luca parlava senza immaginare di essere ripreso. Però poi ha detto che la premier si è definita da sola. [... ...]
In tutto questo abbiamo perso i conti: Joe Biden e Donald Trump si sono già mandati affanculo o non ancora? No, perché il trend è globalizzato e l'escalation in megaton verbali ha già abbondantemente passato ogni segno in qualsiasi latitudine. Certo un papa che dice "frociaggine" non ce lo si sarebbe ancora aspettato. (Ha detto che non voleva offendere nessuno. Ma allora quando vuole offendere cosa fa?). E in quanto ad autorità pubbliche, pare un triste sarcasmo dover parlare di argomenti simili proprio il 2 giugno, idealmente al cospetto dell'Altare della Patria. Vittorio Sgarbi passò il Rubicone mediale quando al Maurizio Costanzo Show qualificò "stronza" a una preside, dandole peraltro del lei (vedi alla voce: "Stronza, lei è una _ ").
Anni prima il termine era stato oggetto di una perizia processuale richiesta a nessuno meno che Tullio De Mauro in un contenzioso tra gli scrittori Giuseppe Berto e Dacia Maraini: allora non vi era sospetto di sessismo, poiché l'utilizzatrice finale dell'insulto "stronzo" era stata la donna. Fu assolta. Poi Sgarbi lo riutilizzò e divenne Sgarbi. E oggi? Oggi non c'è più nemmeno bisogno di perizia linguistica, "frociaggine" e "stronza" sono parole più o meno comuni. La cosa che colpisce di più sono casomai le giustificazioni che vengono date dalle tifoserie opposte per argomentare che il Papa non ha tutti i torti, che ne ha di più De Luca o forse Meloni.
Posologie che non si frequentavano dall'epoca delle medie, quando un fine tuning condiviso distingueva il potenziale offensivo di ogni insulto secondo una scala ascendente per figura bersagliata: l'avversario come organismo biologicamente integro e capace; l'avversario come persona di moralità ineccepibile; l'avversario come persona sessualmente conforme alla norma; top di gamma: la madre dell'avversario. Una storia sociale del turpiloquio sarebbe un gran bello studio, se qualcuno volesse mai favorircene la lettura. Già senza disporne, però, si può scommettere che sarebbe la storia di un'estinzione: come, a furia di trattarle da modo schietto e condiviso di esprimere i propri sentimenti, le parolacce non furono più tali. Una prece. O, in alternativa, una bestemmia.
Questa è Lapsus del 2 giugno 2024, la rubrica di Stefano Bartezzaghi sulle parole del momento