Europa
di Stefano BartezzaghiAi tempi del liceo un compagno la cui passione politica era fino a quel momento rimasta a tutti impercepita annunciò di essersi iscritto al Movimento Federalista Europeo di Altiero Spinelli. Di fronte allo stupore generale degli astanti Giuseppe G. (detto però Gennaro) ammise che dell'Europa non gli importava più che tanto: ma nei weekend organizzavano pullman per manifestazioni in posti come Bruxelles e Parigi, non erano le gite brianzole per le pentole, vuoi mettere lo chic, la differenza? Gli costavano poche lire e per il resto aveva soltanto da declamare con gli altri slogan non impegnativi e magari anche più ragionevoli di quelli delle manifestazioni a cui partecipavamo noialtri. Venne ritualmente schernito e la cosa ci sembrò finita lì.
Ma fu così che la prospettiva europea entrò in mezzo a noi, anche se lì per lì non ce ne accorgemmo. Gennaro l'aveva illuminata per un momento, ma passato quello tornammo a esserne all'oscuro. See, l'Europa, come si dice in Albania. Figurarsi. Europei erano certi campionati di calcio e poi cose incomprensibibili, come il "serpente monetario", o sigle ossute e senza polpa, il Mec, la Cee, la Ce... In realtà il Parlamento Europeo cominciava a essere votato a suffragio universale e noi stessi, compagni di Gennaro, di lì a pochissimi anni ne avremmo eletto la seconda legislatura.
Ma occorse la caduta del Muro di Berlino e il processo che nel 1992 condusse poi al Trattato di Maastricht perché "Europa" cominciasse a diventare il nome di qualcosa che nelle nostre vite esisteva e ci risultava esistere. Dal 1997, via le frontiere; dal 2002, via la lira e i traffici coi decimali del cambio quando si andava sì fuori casa, ma dai vicini, senza cambiare caseggiato. Nel 1990 all'Italia era toccato il turno di presidenza del Consiglio dei ministri europei, il cosiddetto "semestre europeo", che le campagne giornalistiche preparatorie resero semimitologico con l'insistente ripetizione della formula. Era imminente il semestre europeo, bisognava fare bella figura o almeno provarci.
Una seconda formula ricorse da lì in poi e fu presto inevitabile fare ironia: "l'Europa ce lo chiede". La Storia siamo noi, e va bene. Ma se anche l'Europa siamo noi, che secondo aveva la formula? Forse all'Italia pareva grouchianamente strano far parte di un Continente che conteneva un membro come lei. L'idea di essere parte integrante dell'Europa, di essere contenuti dal Continente, a giudicare dall'incontinenza delle loro prese di posizione sembra tuttora essere rimasta estranea persino ad alcuni politici. Alla retorica elettorale conviene, evidentemente, contrapporre Italia e Europa come se non si trattasse di una realtà integrata nell'altra ma di due soggetti indipendenti, uno dei quali "chiede" all'altro, lo interroga, gli impone, in ogni caso lo valuta.
Come l'uso dei pronomi personali "noi" e "loro" rivela, nel discorso politico la costruzione strategica delle soggettività è strategica. E nel tentativo di far risalire l'opinione pubblica a una fase tanto prepolitica da divenire infantile si è arrivati ad accusare il presidente della Repubblica di voler più bene all'Europa che all'Italia. Per fortuna che adesso la campagna elettorale è finita, e basta, certe sciocchezze non si sentiranno più, non è vero?
Questa è Lapsus del 9 giugno 2024, la rubrica di Stefano Bartezzaghi sulle parole del momento