Nella pagina culturale di Repubblica Corrado Augias ha di recente compiuto una rassegna di casi in cui libretti e allestimenti di opere della tradizione del melodramma costituiscono un problema per la sensibilità contemporanea. Tra questi casi uno parecchio imbarazzante riguarda il libretto (autore Antonio Somma) del verdiano Ballo in maschera, e in particolare un suo verso che era già stato discusso da Paolo Grassi quanto era sovrintendente alla Scala, nel 1973, in una lettera al direttore generale del teatro. Tale lettera è un documento che potrebbe far riflettere.
Scriveva Grassi: "Domani sera saranno presenti alla Scala molte decine di Sindaci di grandi città del mondo, fra essi molti Sindaci negri. Consta al Municipio che Ulrica ne Un ballo in maschera pronunci la frase: 'io Ulrica dell'abbietto sangue dei negri'. Se codesta frase è effettivamente vera pare che essa possa suscitare qualche perplessità negli ospiti negri che sono suscettibilissimi su questo tasto. Mi si chiede dal Municipio, naturalmente in via del tutto riservata e amichevole, se non sia possibile per domani sera far dire a Ulrica 'dell'eletto sangue dei negri' o una frase in cui comunque la parola abietto non risulti e non percuota in modo controproducente le orecchie degli amici negri. Ciao, grazie. Paolo Grassi".
Oramai non siamo più abituati a leggere quella parola per esteso, ci fa effetto, ma questa lettera ci può appunto far riflettere su tale effetto. A scriverla è stato Grassi, che era uomo di riconosciute qualità. Nei termini odierni andrebbe detto che era tutt'altro che divisivo. Era accorto, colto, di sinistra e di sentimenti sicuramente scevri da razzismo, e anzi scriveva proprio in base a scrupolo antirazzista e volontà di non risultare offensivo. Soltanto che nei confronti della sua nient'affatto carente sensibilità a risultare offensivo era "abbietto sangue" ma non "negri", termine di cui lui faceva un uso perfettamente neutro - come qualunque italiano nel 1973 e già nel 1859, anno della prima rappresentazione dell'opera.
Cita con imprecisione, poiché in realtà sull'abbietto libretto si legge: "S'appella / Ulrica, dell'immondo / sangue de' negri", ma abietto o immondo non cambia molto. La parte ingiuriosa, non era l'appellativo ma il predicato. Il predicato dice di un'etnia che è una stirpe impura, ma non dà un nome ingiurioso all'etnia. Non è come se avesse detto "La stirpe impura dei bastardi", bensì come se avesse detto "La stirpe impura dei muli".
Oggi "Negri" si scrive per esteso o per provocazione o quando è un cognome, e qualcuno riterrà inopportuno che qui io lo abbia fatto, sia pure per menzione e non per uso (cioè tra virgolette: per parlare della parola stessa e non delle persone a cui è riferita). A proposito di cognomi anche quello di Paolo Grassi è un termine che come aggettivo applicato a persone è ritenuto offensivo, anche se non al punto di volerlo abrogare dalla lingua. Come un articolo del maggio 2022 di Andrea Montanari raccontava sul nostro giornale, due anni fa un'altra edizione scaligera dell'opera sostituiva il verso dell'immondo sangue con: "Ulrica, del demonio maga servile" (è un'indovina), mentre nel 1989 a Salisburgo Herbert von Karajan diresse un'edizione in cui si parlava "dell'immondo sangue gitano", con la stessa saetta soltanto deviata verso un bersaglio considerato meno sensibile. Quasi peggio la pezza del buco.
Ma così è meno razzista? E se al posto di "gitani" si fosse detto "dell'immondo sangue zingaro" sarebbe stato peggio? Come "gitano" anche "zingaro" era un termine neutro (ciao Claudio, ciao Lolli), sino a che non lo si è usato in modo spregiativo sino a farlo percepire come direttamente spregiativo (anche nei suoi usi neutri). Dobbiamo prendere atto: ci sono parole che si guastano e una volta guaste si possono impiegare soltanto come provocazioni. Questo è chiaro. Meno chiaro è perché ce la prendiamo con gli appellativi anziché con i predicati. Il punto è nominare il colore della pelle o ritenere che una stirpe possa essere immonda, sia essa di pelle scura o invece gitana?
Il problema comincia col riferirsi al fatto peraltro evidente che qualcuno "presenta abbondante sviluppo del tessuto adiposo" (Zingarelli, lemma "grasso") o il problema comincia quando si ritiene ciò una circostanza ridicola o comunque degna di rispetto? Per rispettare qualcuno dobbiamo evitare di nominarlo con appellativi considerati ingiuriosi o dobbiamo far finta di non esserci accorti delle sue caratteristiche? Intervistando la senatrice Ester Mieli, il giornalista Giorgio Zanchini le ha domandato "Lei è ebrea?" e se ne è dovuto scusare. Era una domanda retorica, visto che la senatrice ha scritto un libro intitolato: Eravamo ebrei: questa era la nostra unica colpa.
L'intento (palese) di Zanchini era di farla parlare a proposito delle discriminazioni subite: come farlo senza chiarire al pubblico che si trattava di discriminazioni antisemite, in quanto rivolte a un'ebrea? Se ne potrebbe discutere a lungo se soltanto la discussione non avesse già come presupposto che parole come "ebreo" o "negro" siano di per sé offensive. Altro che presupposto: è proprio di quello, che si dovrebbe invece discutere. "Ebreo" non è una parola offensiva, ma lo diventa abbinata a predicati offensivi. "Negro" oggi è largamente, se non comunemente, ritenuta offensiva in pressoché tutti i suoi usi. Ma quel che ci dimostra la lettera di Grassi è che non lo è stata sempre. E non perché il suo potenziale offensivo si sia rivelato soltanto dopo il 1977, ma perché sino a quell'epoca nessuno l'aveva ritenuta l'equivalente italiano del termine impiegato dai razzisti anglofoni: quel "Nigger" che ha lo stesso etimo del latino "niger" che ritroviamo come nome di un fiume africano e di due stati da questo bagnati. Chi oggi la usa spensieratamente dimostra di non avere sensibilità per gli usi medi della lingua.
Chi pretende che la parola sia espunta dal lessico italiano, non usata e neppure menzionata allo scopo di parlare della parola medesima, dimostra di non avere sensibilità per l'evoluzione della lingua e di ritenere che "negro" abbia in sé una virtù insultante e che l'abbia sempre avuta, anche quando Grassi la usava senza rendersene conto. È la proiezione della nostra mentalità sul passato, uno dei più velenosi effetti di quella sindrome del presentismo che impedisce a molti di sistemare le cose in prospettiva.