Rivoluzione
di Stefano BartezzaghiQuando facciamo turismo un po' andiamo alla ricerca del nuovo e dell'inedito un po' vogliamo confermare le nostre "idee ricevute", cioè gli stereotipi che ci son ostati tramandati: le nozioni apprese, cose studiate, cose orecchiate. Andiamo a Parigi è vogliamo vedere la Torre, l'Arco e magari anche la Bastiglia: che infatti si può visitare, anche se non nella piazza che ne prende il nome, da cui fu demolita dopo essere stata espugnata nel giorno in cui si considera che cominciò la Rivoluzione, poi festa nazionale francese (oggi ne ricorre il 135esimo anniversario). In assenza del fortilizio originario il Museo Carnavalet della Storia di Parigi ne espone non una ma ben due maquette di diversa mole.
La curiosità possiamo togliercela. Quello che è più difficile capire è cosa sia alla fine una rivoluzione, anzi se le rivoluzioni esistano davvero o no. "Sta per venire la Rivoluzione e non ho niente da mettere": così suona il titolo di un monologo scritto per Livia Cerini da Umberto Simonetta, satira teatrale a punizione sarcastica anche se tutto sommato affettuosa delle velleità rivoltose dell'epoca. La pièce è del 1973. L'anno prima Giorgio Gaber aveva cantato "Se potessi mangiare un'idea / avrei fatto la mia rivoluzione" mentre è di quasi dieci anni precedente il film Prima della rivoluzione del quasi esordiente Bernardo Bertolucci, il cui titolo si ispirava a una frase attribuita a Talleyrand: “Chi non ha vissuto gli anni prima della rivoluzione non può capire che cosa sia la dolcezza del vivere”.
Vorrà dire che era meglio la vita del periodo precedente una rivoluzione o che la vera dolcezza del vivere stava nell'attesa, della rivoluzione stessa? Le due cose sono l'opposto. Talleyrand avrà poi parlato proprio in specifico della Rivoluzione francese, che aveva vissuto da convinto rivoluzionario ancorché vescovo (poi scomunicato). L'accento cade insomma spesso sull'imminenza rivoluzionaria. Quando poi la rivoluzione arriva, sul piano politico è facile definirla come un brusco e quasi sempre sanguinoso cambio di regime, che rovescia e disconnette tutte le strutture sociale.
Ma poi è sempre vero? L'Italia ha avuto due rivoluzioni, nel Novecento: quella fascista del '22 e quella democratica del '45. È possibile dire che abbiano cambiato tutto o va ammesso che una quantità di connessioni politiche, economiche e amministrative non hanno fatto che ritradursi nei termini compatibili con il nuovo regime che si instaurava? Il bello è che per significato originario la rivoluzione è un rivolgimento, in particolare il modo di rotazione geometrico e astronomico di una stessa figura o di uno stesso astro In quanto alle rivoluzioni d'altro tipo, certamente non tutte ma almeno alcune fra le tecnologiche (per esempio, la rivoluzione industriale inglese) e le scientifiche (la copernicana) hanno costituito un rivolgimento reale e pressoché assoluto. In molti altri casi invece la parola sembra impiegata allo scopo di evidenziare con vernice enfatica cambiamenti rilevanti ma pur sempre relativi.
La rivoluzione della canzone italiana causata da "Nel blu, dipinto di blu" di Domenico Modugno: era davvero una rivoluzione? "È una libidine / è una rivoluzione" cantava il giovane Jovanotti prima di richiamare l'attenzione della mamma "Ciao mamma, guarda come mi diverto". O libidine o rivoluzione. O rivoluzione o mamma. O libidine o mamma. Esistono dunque "rivoluzioni moderate" o è come dire "scorpacciata dietetica"? Tutto sta nell'intendersi su cosa sia nuovo, poiché è anche fuori dall'ambito turistico che la nostra ricerca alterna desiderio di novità e desiderio di conferma di stereotipi.
Chiamiamo nuovo già ciò che ci si ripresenta, cioè ripresenta la sua identità immutabile in un'occasione rinnovata: il nuovo giorno, che magari sarà identico a tutti gli altri. Chiamiamo nuovo, già più sensatamente, ciò che implica qualche cambiamento significativo, come certi rimpasti di governo che sin dal loro nome denotavano la più sapiente arte del ritocco. Il "ribaltone" invece è un nuovo più deciso, un nuovo che riconfigura, ma non è ancora una rivoluzione. Forse allora bisogna rovesciare Gaber e dire che è la rivoluzione a essere un'idea (che non può che restare un'idea, un'astrazione): roba che non solo non si mangia ma non si tocca. Un limite, nel senso matematico: qualcosa a cui si può tendere senza in realtà arrivarci. Se poi sarà lei ad arrivare, badiamo di avere qualcosa da metterci.
Questa è Lapsus del 14 luglio 2024, la rubrica di Stefano Bartezzaghi sulle parole del momento