Civile
di Stefano BartezzaghiSabato 13 luglio il ministro Gennaro Sangiuliano ha partecipato a uno degli eventi di chiusura del festival Il libro possibile, a Polignano a Mare (Bari) e alla sua apparizione sul palco parte del pubblico ha reagito con fischi e bù. È allora intervenuto il giornalista Luigi Casillo, incaricato di intervistare il controverso ministro: per placare i fischiatori ha detto tra le altre cose: "Polignano è un posto civile". Qualcuno ha ribattuto: "È il governo, che non è civile". Due giorni dopo, sulla sponda opposta sia litoranea sia politica, il presidente della Campania ha accolto a Napoli la presidente del Consiglio con queste parole: "Sono il civile De Luca, le rinnovo il mio benvenuto". Non ci sarà bisogno di ricordare che tempo prima fu la stessa presidente a presentarsi a sorpresa come "la stronza Meloni" a De Luca, che in effetti l'aveva così, e così poco civilmente, qualificata in una conversazione a Montecitorio riportata dalla stampa (e avvenuta in assenza dell'interessata).
La nuova salutazione deluchiana è apparsa come una controrisposta tardiva, secondo il canone francese dell' "esprit dell'escalier": la battuta efficace che ti viene in mente soltanto quando hai abbandonato la compagnia e stai già scendendo le scale. Sensibilissimi microfoni direzionali saranno certamente installati nell'eventualità di un prossimo incontro fra i due: non deve andare persa neppure mezza sillaba di questa commedia protocollare, di gusto leggermente puerile e da teatro dei pupi, ma di irresistibile attrattiva per le cronache di colore della politica.
A interessare noi è piuttosto il ricorrere dell'aggettivo "civile". Condivide una caratteristica con altri analoghi ("borghese", "urbano", "cortese") e opposti ("villano", "cafone", "burino", "selvaggio" e da un certo punto di vista persino "terrone"): in ognuno di questi si mescolano sensi originari legati a una condizione o una provenienza e sensi accessori che descrivono (certo, per stereotipo o deformazione vera e propria) un carattere. La città è urbanità, la corte è cortesia, la villa (fuori città) è villana, il bure (parte dell'aratro) è burino. Avviene così anche con "provinciale", che attribuisce una provenienza ma anche una certa inclinazione di carattere, gusto, comportamento. In questo quadro quante cose facciamo dire all'aggettivo "civile" ?
Tale sarebbe stata anche la guerra vera e propria (vera e propria, se si ha in mente l'assalto a Capitol Hill dei filotrumpiani di tre anni e mezzo fa) che si sarebbe plausibilmente scatenata negli Stati Uniti se l'attentato contro Donald Trump, avvenuto tra le due italianissime scenette di cui sopra, fosse andato a segno. "Civile" di per sé significa "relativo al cittadino in quanto membro di uno Stato, di una collettività" (Zingarelli). In questo senso non ha neppure un opposto vero e proprio. A un opposto può forse avvicinarsi di poco (di pochissimo) "apolide". Ma quando diciamo "incivile" non intendiamo "non registrato all'anagrafe" e quindi "formalmente fuori dal consorzio cosiddetto civile". No: incivile è pur sempre un cittadino, ma tra i cittadini è qualcuno che non si cura delle regole della collettività. Parcheggia l'auto nei posti riservati a donne incinte e a persone disabili, non si occupa di mondare i luoghi pubblici dalle deiezioni del suo amico a quattro zampe, la bicicletta o il monopattino noleggiato in mezzo al marciapiede, fa telefonate e riunioni in viva voce in treno eccetera.
"Incivile!" è infatti il tipico epiteto con cui protesta la gente che invece si percepisce civile contro i comportamenti maleducati e offensivi di chi non ha mai compreso il senso profondo del monito: "La mia libertà finisce quando comincia la tua". Che di senso speriamo ne abbia uno profondo, perché alla superficie non pare di poterne trovare più che qualche traccia. La differenza tra le due accezioni dell'aggettivo si coglie comparando due espressioni simili: "stato civile" e "società civile". Lo "stato civile" è un termine giuridico molto preciso, nessun cittadino è privo di uno stato civile (per esempio, può essere celibe, nubile, vedovo, vedova, coniugato, coniugata, eccetera). "Società civile" è invece, sempre per lo Zingarelli, "l'insieme dei cittadini partecipi di una comunità organizzata", ma il suo senso poi diviene più specifico e designa la parte attiva della società, specie se associata per interessi o professioni, ma estranea e a volte anche contrapposta alla politica e alla pubblica amministrazione. Si vede bene come in questo caso "civile" passa dall'accezione neutra a quella invece caricata positivamente.
La società delle virtù e dei valori civili: qui sta la scaturigine del grido anti-Sangiuliano: "È il governo, che non è civile". Il problema nasce dall'autocertificazione di questa positiva civiltà. È abbastanza comprensibile che a Polignano il giornalista si sia erto a giudice della civiltà altrui: di fronte ai contestatori di Sangiuliano ha provato a calmarne le intemperanze (peraltro modeste, a giudicare dalle riprese video) e ha ritenuto che: "non fate così, siamo in un contesto civile" fosse un richiamo opportuno, se non una captatio benevolentiae. Ma il presidente De Luca si è invece autocertificato "civile" e visto il precedente che lo ha riguardato si direbbe che abbia preso le distanze da sé stesso. Non era forse lui quello che ha dato della stronza a Meloni? Forse non sapeva di essere ripreso: allora la civiltà ha come parametro essere a favore di telecamera oppure no? Nella miseria delle schermaglie italiane istituzionali, ma non civili, può starci di tutto. Volendo tornare alla civiltà si potrebbe esplorarne la radice. Lo si dice una volta di più: l'etimologia non è mai il disvelamento di una verità primigenia (come la retorica delle radici predica, vacua) ma può tracciare l'evoluzione del senso, la sua traiettoria.
Ecco che la storia della parola ci mostra come è civitas che deriva da cives, e non viceversa. Non si è cittadini perché si vive nella stessa città, ma si vive nella stessa città in quanto si è cittadini. O meglio, per tradurre cives più propriamente, concittadini. Il senso di concittadinanza è ciò che fonda l'idea stessa di città. Così come la civitas (nel senso della cittadinanza) deve essere ufficialmente riconosciuta, anche la civitas come virtù civica è di ardua autoattribuzione. Se siamo cittadini nel "senso buono" oppure no è meglio che lo decida qualcun altro.
Questa è Lapsus del 21 luglio 2024, la rubrica di Stefano Bartezzaghi sulle parole del momento