Nel lessico della contemporaneità, connessione è una delle parola di rilievo massimo. Nomina, e a sua volta connette, due fenomeni di livello diverso. Uno che riguarda lo hardware e l'altro che riguarda qualcosa che potremmo chiamare il software della comunicazione. Uno, nel registro della realtà; l'altro, nel registro simbolico. Nel registro della realtà i nostri computer, smartphone, tablet stabiliscono connessioni tra sé stessi e qualcosa che ci siamo abituati a chiamare "Rete", con la maiuscola dell'antonomasia.
Per un'altra figura retorica, la metonimia, noi stessi ci sentiamo connessi, alla Rete e ai suoi altri utenti della Rete. Rimanerne disconnessi per più di qualche ora è una sorta di esercizio spirituale che si compie con lo spirito di chi si ritira in un monastero per una vacanza dal mondo. L'esercizio viene compiuto perlopiù giornalisti e scrittori, per poterne poi scrivere. Gli s.o.s. che lanciamo più di frequente ai nostri tempi soltanto una trentina d'anni fa sarebbero stati del tutto incomprensibili : "Mi sposto, non c'è campo", "Non prende! Non prende!", "Quante tacche hai ?", "Scusi, ma il wi-fi qui non c'è?". Sino a una vanteria di vago richiamo postribolare: "Ho giga illimitati!".
Essere connessi è insomma un "valore", sia per i dispositivi sia per chi ne dispone, cioè gli esseri umani. Tra i rimproveri che vengono fatti ciclicamente al Partito Democratico vi è quello di aver perso la "connessione" con i ceti popolari che una volta i partiti politici da cui è stato originato sapevano rappresentare quasi per intero. Non è un rimprovero banale e probabilmente è stato spesso ben meritato. La cosa che qui interessa (qui è una delle sedi in cui alla luna, già dotata di moltissimi follower, si preferisce il trascurato dito) però è un'altra.
Così intesa, la connessione risulta essere un effetto dell'"empatia", parola e "valore" ancor più epocale. Il suo significato originario è molto affascinante: l'empatia è quel fenomeno per cui se in un film vediamo qualcuno che dà un calcio nella pancia a qualcun altro ci viene da incrociare le braccia a proteggere il nostro ventre. Nell'uso quotidiano invece l'empatia è una posa: un'inclinazione compassionevole verso il mondo, come una simpatia volontaristica. Ce la si può immaginare anche come una predisposizione individuale che ci fa router di noi stessi, disponibili a entrare in contatto con chiunque passi di lì: wi-fi e hub umani, e mai troppo umani. Questa medesima idea di connessione sottolinea un fenomeno che si è già osservato da molto tempo: tutta l'enfasi della comunicazione si è spostata.
Negli anni Settanta l'accento cadeva sul messaggio, che è stato il vero totem degli anni Settanta, gli anni dell'impegno. Ma oltre a creatività e trasgressione quello che allora si chiamava "sistema" si è poi impadronito anche dell'"éngagement". Cinquant'anni fa era la doverosa attenzione e la solerzia da devolvere al miglioramento del mondo, e veniva dal sessantottismo francese. Oggi "engagement" è la parola inglese che nel marketing denota la fedeltà di un consumatore a un marchio e nei social network il grado di coinvolgimento riscosso da un "contenuto" in interazioni e like.
Ecco che allora nella nostra epoca non è più tanto importante quel che si ha da dire quanto il fatto di essere in contatto. La nostra non è più la comunicazione nell'ordine simbolico (in cui si significa qualcosa per qualcun altro); è la comunicazione fisica, a contatto, il movimento che una boccia comunica all'altra quando la colpisce. Se l'importanza del messaggio fosse prevalente non sarebbe possibile che a sedersi sulla poltrona più potente del pianeta sia autorevolmente candidato uno che sostiene che negli Usa ci sono posti in cui è lecito l'aborto sino a nove mesi, ma anche oltre. E invece quello straparla, e quanto: ma ha la connessione.