Solarità
di Stefano Bartezzaghi"Solari: altissimi": così consigliò l'addetta dell'agenzia turistica, dopo aver perfezionato il programma di un viaggio in luoghi di mare remoti e desiderabilmente torridi. Probabilmente non stava citando, neppure implicitamente, Julius Evola e le sue discettazioni sul pensiero solare, lì per lì l'ipotesi non venne neppure in mente. Succedeva qualche anno fa, il clima politico era diverso o perlomeno la classe dirigente allora in auge si era formata su alture diverse da Colle Oppio. Così all'epoca ci si limitò a escludere che quella brava professionista stesse citando Eugenio Montale, e i suoi Limoni.
Nell'incipit della poesia che li ha nel titolo i vegetali sono evocati come soggetto poetico poco illustre ("Ascoltami, i poeti laureati / si muovono soltanto fra le piante / dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti") per poi trionfare nell'ultimo verso nelle vesti di "trombe d'oro della solarità". La solarità ha, nei limoni, delle trombe d'oro: i poeti sanno dire di queste cose e i professori li ammirano per il coraggio espressivo. Nel periodo (1921 o forse meglio 1922) in cui pensava ai limoni, peraltro, Montale non aveva ancora fondato la rivista letteraria Solaria (1926) assieme ad Alberto Carocci, Giansiro Ferrata e altri letterati.
Perché la rivista si fosse chiamata così oggi è materia di congettura. Magari era un garbato riferimento alla Città del Sole e ai "solari" suoi abitanti, nell'utopia di Tommaso Campanella. Coloro che ritengono fine e corretto scandire "curricula" come plurale di "curriculum" (ma direbbero anche "alba" per fare il plurale di "album"?) potrebbero pensare a "solaria" come al plurale di "solarium", e ritornare così nel contesto evocato dalla signora dell'agenzia di fronte ai dépliant tropicali. Ma invece no. Come è ovvio la tintarella non ha alcuna pertinenza. La tintarella, quella che un collaboratore di Solaria dei maggiori, Carlo Emilio Gadda, avrebbe molti anni dopo chiamato la "bronzatura permanente", aggiungendo tra parentesi: "delle meningi".
No, se Solaria si è chiamata così è probabilmente perché intendeva fare almeno un po' di fronda culturale a quello che persino i fascisti attuali convengono di chiamare fascismo, e all'oscurità e al soffoco che si respirava sotto quel regime. Sole e magari anche un po' d'aria, insomma. Ma allora, il "pensiero solare" evocato da Alessandro Giuli? Era una categoria evoliana, e come no, anche se gli esegeti ammoniscono a non evocare il filosofo dell'"idealismo magico" (nonché del razzismo tragico).
Di "pensiero solare" ha infatti parlato anche Albert Camus. Analogamente, poiché nulla viene risparmiato, spuntano persino i fasci littori, le trombe di piombo dell'oscurità, e sorrisetti di ideologi delle nuove egemonie specificano subito: macché Ventennio!, sono memorie di Etruria e di Roma Caput Mundi... Di limpido e luminoso in queste allusioni retrattili non c'è insomma molto, si parla di soli velati, quando non neri. La vera mitologia odierna della solarità è piuttosto quella delle fanciulle che dovendosi presentare dichiarano subito di avere un carattere appunto solare, sapendo o comunque sentendo che irradiare è una qualità ben apprezzata. In quanto alla signora dell'agenzia, ci si informò poi con discrezione. Per "solari altissimi" intendeva oli solari, protezioni per la pelle di efficacia robusta.
Questa è Lapsus del 27 ottobre 2024, la rubrica di Stefano Bartezzaghi sulle parole del momento