Utopia
di Stefano BartezzaghiNon sono mappe soltanto quelle che ci fanno conoscere il mondo com'è, nella sua apparenza esteriore. Esistono mappe che mostrano le relazioni fra entità che non hanno estensione fisica: con le mappe concettuali per esempio si possono organizzare in alberi, reti o altri diagrammi le nostre conoscenze in una data disciplina.
Ha il nome di "Mappe", e non lo usurpa, anche la rubrica in cui ogni settimana Ilvo Diamanti commenta su Repubblica i dati sulla società italiana. Ma su un piano di realtà diverso e intermedio fra le mappe geografiche e quelle mentali si possono consultare con interesse e anzi passione mappe per luoghi che non esistono proprio.
Un luogo che non esiste è Utopia. A proclamarlo è il suo nome stesso, costruito com'è sulle parole greche che significano "non" e "luogo". Il significato è però ben diverso da quello che l'etnologo francese Marc Augé dava alla sua specifica nozione di "nonluoghi". Augé parlava di spazi esistenti ma "di servizio" e non abitabili, come gli aeroporti, gli autogrill e simili (che da quando lui se ne occupò sono però divenuti un po' meno spogli, transitori e forse anche anonimi). Invece l'Utopia "non" è un "luogo" nel senso che non esiste fisicamente. Se ci fosse sarebbe più che abitabile. Sarebbe anzi il migliore dei luoghi in cui abitare, tanto più che nella sua versione originaria Thomas More la battezzò così per preservare il possibile equivoco fra i prefissi greci "u" ("non") e "eu" ("buono"). Luogo che non c'è e luogo ottimo, in una volta.
A Cremona si sono tenute a metà novembre la tradizionale festa del torrone e una meno folkloristica rassegna sulle mappe, intitolata "M'appare il mondo". A quest'ultima è intervenuta la storica della letteratura Lina Bolzoni, la quale ha appunto dispiegato le mappe di Utopia: le immaginazioni letterarie e cartografiche sulla città ideale, sul modo migliore di vivere in società e sul pericolo che chi pensi di averlo trovato sia portato a imporlo con prepotenza a tutti gli altri. Nel dibattito si è poi toccato qualche punto meno letterario. Si è notato per esempio come la parola "utopia" sia sparita dal dibattito pubblico e come nelle narrazioni popolari oggi sia più frequente la nozione opposta di "distopia". Karl Max aveva contrapposto il suo socialismo scientifico a quello appunto "utopico" derivato dalle fantasie socioletterarie di autori come Charles Fourier. Ma le applicazioni della scienza socialista non hanno prodotto l'abolizione della proprietà privata, che è ritornata quindi nei dominii di Utopia.
Oggi se un politico volesse proporsi come utopista parrebbe abdicare alla concretezza pragmatica e al realismo disincantato, per condannarsi a un isolamento da outsider. Non proprio il posizionamento più auspicabile. Eppure l'ultimo che ci ha provato è stato Beppe Grillo e il penultimo il suo ispiratore Gianroberto Casaleggio: con toni volutamente caricati e visionari, cercando quello che i francesi chiamano un "succès de scandale". Utopia e vaffa: per un po' il gioco è riuscito. Ancora prima un fan di Thomas More e Erasmo da Rotterdam fu Silvio Berlusconi, che anzi proclamò di averla realizzata, l'utopia: quella urbanistica di cui l'incarnazione sarebbe Milano Due, centro abitato progettato con criteri da città ideale.
Viene allora un dubbio. Va bene il disincanto, va bene la diffidenza, va bene l'orrore per il fanatismo. Va bene tutto, ma se ormai andiamo a votare senza entusiasmo, senza fiducia, o non ci andiamo per niente, non sarà anche per il fatto che questa dimensione è venuta meno? Si dice che la causa della disaffezione e dell'astensione stia nella convinzione che poco cambi tra chi vada al governo. Ci sarà certamente del vero. I programmi elettoriali sembrano non interessare molto, non marcare alcuna differenza, a meno che non siano francamente populisti e clientelari, promettano cioè vantaggi materiali immediati agli elettori o ad alcune loro categorie determinate. Come facciano le cose a stare in piedi non si sa, ma nell'opinione più diffusa non sarà certo per qualche merito degli amministratori. Una volta a pensarla così si era qualunquisti, adesso invece pare proprio senso comune.
Accanto a questa sorta di ripudio della cosa pubblica, come teatro vacuo e scontro di convenienze altrui, agisce anche la più perfetta mancanza di visione utopica, quella che il giovane Marx chiamava: "il sogno di una cosa". Avere negato ogni utopia ha portato all'esistenza di un "non-nonluogo", cioè a una forma di inesistenza ancora più profonda e sconsolante. Possiamo fare a meno di tutto quel che abbiamo, ma non toglieteci quello che non abbiamo. Ci vorrebbe allora un ideatore non di utopie né di distopie, ma di qualcosa che potremmo chiamare "disutopie". E costui dovrebbe essere capace di disegnare una mappa dei "non-nonluoghi", quelli in cui si sono smarrite la nostra immaginazione e la nostra capacità di sognare la res publica. Con la mappa in mano, aspetteremo che un ippogrifo ci trasporti a recuperarle.
Questa è Lapsus dell’8 dicembre 2024, la rubrica di Stefano Bartezzaghi sulle parole del momento