Galleggiare
di Stefano BartezzaghiEscrescenza botanica o equina. Ghianda, noce moscata. Pillola, vescica, bolla. Cosa generica di scarso valore e peso. Prima che il Censis stabilisse che quel che l'Italia sta facendo è "galleggiare" non avevo idea di cosa fosse la "galla", anzi ignoravo che la galla fosse qualcosa di preciso. In realtà è molte cose diverse, ma non mi era mai venuto in mente di consultare al proposito un dizionario. Quando l'ho fatto ho scoperto con meraviglia questo caleidoscopio di significati nel loro assieme un po' misteriosi.
Mi pare di poter concludere che la "galla" possa avere a che fare con il cosiddetto "pelo dell'acqua": uno strato superficiale, un passaggio di stato fra l'asciutto e l'immerso. Sempre il Censis, dieci anni fa esatti, aveva parlato di "un Paese liquido e sommerso", tracciando un parallelo con il "Sommerso" degli anni Settanta, a cui da Palazzo Chigi Bettino Craxi oppose poi il suo La nave va, di ascendenza felliniana. Del resto l'analogia fra navigazione e andamento della cosa pubblica è quanto di più classico.
Verrà in mente il mussoliniano "popolo di navigatori", ma sarà molto più filologico puntualizzare che i termini "governo" e "governare" sono arrivati alla politica come metafore di derivazione marinaresca: il primo penso di "governare" è appunto quello di reggere il timone. Quali suggestioni apre, invece, la similitudine con il galleggiamento? Siamo esattamente in equilibrio fra la rassicurazione del non essere andati a fondo e la preoccupazione per la prospettiva di poterlo fare, anche a causa di un certo immobilismo. Levità e inconsistenza: se Paul Valéry voleva "essere leggero come l'uccello, non come la piuma", chi galleggia è leggero non come un pesce ma come un turacciolo.
Certo, si può giocare. Con le etimologie è facilissimo, perché spesso non si distinguono le vere dalle false. E se "galleggiare" non venisse da "galla" ma da "gallo" o "gallina" ? Si tratterebbe sempre di uno stare alla superficie, ma muovendosi disordinatamente e starnazzando, sollevando polvere e cercando minuzzoli di nutrimento da becchettare tra la terra e i sassi. Inoltre se "gallo = pollo" allora "galleggiare = polleggiare", dove "polleggiare" nelle parlate emiliane è la vita pigra e comoda a cui aspirano i pelandroni. Una vita in cui ci si agita, ma poco, poco si spende e poco si ottiene, il tempo forse esiste ma certo non consiste e trascorre tanto lentamente da parere fermo, come in certi pomeriggi dell'adolescenza. Un Censis più incline alla caricatura avrebbe potuto allora disegnare l'Italia nella sua linea di polleggiamento, tra le sdraio e le amache delle sempre agognate vacanze balneari. Ma la balneazione riporta fatalmente alle attività marine e ci ricorda che galleggiare non è nuotare, né veleggiare; è essere fermi o in balia delle correnti.
Anche i cadaveri galleggiano, sebbene nei corsi di nuoto non si insegna più ai bambini come "fare il morto" ma si dice "fare la stellina" per non inculcare cattivi pensieri. Tra il pensiero ritenuto cattivo della morte e la parola ritenuta buona dell'eufemismo cosa si sceglierà mai, all'epoca in cui le chiacchiere sono ritenute pietre? L'analogia diventa però assai scabrosa se si pensa che ogni giorno per raggiungere la nostra italianissima inerzia galleggiante quantità di persone mettono a repentaglio la propria esistenza e la nostra buona coscienza abbandonando in qualche modo le sponde meridionali del Mediterraneo e sperando di rimanere a galla per il tempo sufficiente. A galla non per analogia o metafora, ma proprio letteralmente. Quando le metafore tornano alla loro lettera conviene sempre fare attenzione.
Questa è Lapsus del 15 dicembre, la rubrica di Stefano Bartezzaghi sulle parole del momento