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Dire, fare

Da Michelangelo a Cossiga: dall’arte di tacere all’esternazione
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Parlare è un atto, si diceva una settimana fa. A volte un atto mancato. Sembra che Michelangelo Buonarroti domandasse al suo marmoreo Mosè: perché non parli? E quindi subito dopo, ecco arrivare un'altra martellata, non più per modellare la pietra ma per farla reagire, darle vita attraverso il dolore. Mosè non aveva letto Ludwig Wittgenstein, l'ultima riga del suo Tractatus Logico-Philosophicus sancisce con una certa solennità: "Di ciò di cui non si può parlare si deve tacere". Mosè taceva non per cattiva volontà ma perché era di marmo, per quanto a dar retta alla leggenda le sue fattezze potessero ingannare persino il suo facitore.

A parte il caso singolarissimo di Michelangelo quel che accade di solito è di criticare qualcuno non perché non parla, essendo fatto di marmo, ma perché parla anziché agire. Fatti, non parole. Lo si può dire anche nel tardo latino di Abelardo: “Factis non verbis sapientia se profitetur”. Sono i fatti, non le parole, ciò di cui la sapienza si avvantaggia. Ma è proprio così? Sul crinale fra il dire e il fare va ricordato quel periodo della vita italiana che cominciò, quarant'anni fa, in un certo modo e proseguì in modo molto diverso.

Nel luglio del 1985 cominciò infatti il mandato settennale alla presidenza della Repubblica di Francesco Cossiga. Già ministro dell'Interno, si sarebbe trasformato nel presidente dell'Esternazione. Dopo cinque anni di permanenza silenziosissima sul colle del Quirinale, per ragioni di controversa identificazione storica il presidente prese infatti ad approfittare in modo sempre più estroso di quella sua prerogativa non costituzionale ma di prassi, nota come "potere di esternazione". Esternava anche al proposito di quel medesimo potere: "Che cosa sia il potere di esternazione non si è capito bene ogni presidente della repubblica lo ha esercitato nei modi consueti. Prima mi chiamavano il canguro silente, il canguro triste, prima parlavo troppo poco, poi parlo troppo " (Ansa, 7.2.91).

Due settimane dopo: "Adesso il gioco è finito, gli scherzi sono finiti, il presidente della Repubblica parlerà per atti formali quali sono quelli previsti dalla Costituzione" (Ansa, 22.3.91). Dieci giorni dopo: "Il desiderio che io parli di meno è scritto, io lo leggo. Ed è anche comprensibile. Il desiderio che io non parli affatto, anche se minoritario, è presente anche in ambienti importanti. Magari vi sarebbe il desiderio che io dicessi cose diverse" (Ansa, 2.4.91). Meno di un mese dopo: "D'ora innanzi si parlerà per atti formali, messaggi, decreti, decreti respinti e leggi" (Ansa, 27.4.91).

Un'altalena di "esterno" e "mi taccio" che all'epoca si segui con uno sgomento non disgiunto da una certa quota di divertimento. Lo stesso estro Cossiga lo dimostrò dopo la fine del suo mandato: "Perché l'ex presidente, che nel frattempo speciali disposizioni anche da lui sollecitate qualificarono con l'altisonante titolo di Emerito, si scelse un fantasioso animale totemico di riferimento nel quale pubblicamente identificarsi: il Gatto Mammone".

A raccontarlo è Filippo Ceccarelli (Invano. Il potere in Italia da De Gasperi a questi qua, Feltrinelli, 2018) , che al suo gran libro non fa mancare neppure la descrizione dello stemma del club dei Quattro Gatti fondato nella circostanza da Cossiga: quattro gatti dorati su fondo verde, con motto in lettere gotiche verdi: "Miaooo". Le O sono tre, lo si può riscontare facilmente con Google. A questa autoidentificazione felina di Cossiga e alle sue diverse reincarnazione si potrebbe dunque aggiungere anche la variante pure folkloristica del Gatto di Marmo: l'aspirazione a non esternare, a marmorizzare sé stesso come il Mosè, forse nella speranza che qualcuno finisse per scuoterlo a martellate e a chiedergli "perché non parli?". Fatti con o senza le parole, lo dimostra la stessa parabola cossighiana: parlare e tacere sono azioni vere e proprie.


Questa è Lapsus del 12 gennaio 2025, la rubrica di Stefano Bartezzaghi sulle parole del momento

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