Mi taccio

Mi taccio

Tutto quello che si può fare con le parole. Ma anche restando in silenzio

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Cosa c'è, tra dire e fare? Ah, che domande. Preferite le parole e i fatti? O siete tra quelli che si sono appena accorti che anche le parole possono essere fatti e i fatti possono parlare? È infatti di moda ripetere ciò che si è scoperto da sei o sette decenni, cioè con le parole si possono fare tantissime cose: insultare, provocare, mentire, promettere, giurare, domandare, rispondere. Anche parlare è un'azione, la prima che si compie con le parole (ma c'è chi sostiene che la prima azione che si fa con le parole sia pensare) Parlare è un atto. Una cosa che con le parole invece non si può fare è tacere.

Se pensate che dirlo sia superfluo e anche sciocco forse non vi siete mai fermati a osservare un particolare modo di dire che a un certo punto si è misteriosamente diffuso. "Dico un'ultima cosa e poi mi taccio". Ci deve essere un motivo perché i moderatori, gli oratori, i partecipanti a un incontro la impiegano quando promettono di cedere la parola.

"Tacersi" nel senso di "zittirsi" è italiano alto, prezioso. "E de li altri mi taccio", scrive Dante (Inf. X.120); e Gabriele D'Annunzio, nella "Sera fiesolana" : "Laudata sii pel tuo viso di perla, / o Sera, e pe' tuoi grandi occhi umidi ove si tace / l'acqua del cielo". La Crusca definisce questo uso come "arcaismo volutamente esibito" Ma perché vogliamo esibirlo? Io ipotizzo che il fenomeno vada messo in relazione con il verbo "silenziare", che sino all'invenzione dei telefonini e le loro benedette sonerie era riservato ai motori e alle armi da fuoco. Il silenziatore era un optional da killer, per operazioni criminali opposte alle "stese" camorriste.

Con le recenti evoluzioni delle tecnologie di trasmissione audiovideo "silenziare" si riferisce a quell'accortezza altamente civile che consiste nel disattivare l'audio. Si silenzia, si fa tacere una chiamata, il cellulare, anche il partecipante a una call. Per questa via ci siamo abituati all'idea che andare nel silenzio sia un'azione, come se dopo il prendere la parola ci sia non il cederla (posizione minoritaria, non assertiva, perdente) ma qualcosa che potrebbe configurarsi come un "prendere il silenzio". Essere o stare in silenzio è una condizione di passività, e così è "tacere" nel suo senso intransitivo e privo di particella pronominale.

"Taccio" è il paradosso più sintetico immaginabile. "Mi taccio" invece indica un'attività: non sei tu che mi interrompi e mi togli la parola, sono io che la tolgo a me stesso; e oltretutto lo proclamo. Dico che non dirò, che sto per fare qualcosa: smettere di dire. Per i cortocircuiti bizzarri che le parole si divertono a fare "taccio" è voce verbale di un secondo verbo. Esiste "tacere" ma esiste anche "tacciare", che discende dal francese "tache", per macchia. La taccia è una nomea poco invidiabile, una reputazione macchiata; "tacciare" significa così "incolpare". Sarebbe allora magnifico immaginare che chi dice "mi taccio" inconsapevolmente alluda anche a un'autoaccusa. Non sei tu che mi togli la parola, sono io che la lascio. Non sei tu che mi dai dell'imbecille, me lo dico da me.


Questa è Lapsus del 5 gennaio 2025, la rubrica di Stefano Bartezzaghi sulle parole del momento

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