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Ispirazione

L'origine dell'analogia fra l’immissione di aria nei polmoni e l'impulso creativo è già nel libro della Genesi
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"Inspirare, espirare" cantava anni fa Daniele Silvestri in una canzone dedicata all'"Aria", nel senso dell'ora concessa ai detenuti. Quell'aria che al terrorista-impiegato di Fabrizio De André non andava di respirare, essendo la stessa respirata dai secondini. Ma non inspirare non si può, se non in casi che si dicono, alla lettera, estremi.

In italiano fra ispirazione e inspirazione si è determinato un piccolo salto, ma in origine la parola era però proprio la stessa (come è tuttora in inglese e in francese) anche se fra i suoi due principali significati la differenza è cospicua: l'ispirazione può anche mancare, mentre quella di cui nella vita non si può proprio fare a meno è l'inspirazione. Dum spiro, spero, diceva Cicerone. Inspirare, espirare. Inspirare e sperare. Il termine ha però recentemente subito una sorte comune ad altri: continuando a significare quel che significa ha esteso gli usi fraseologici a modi di dire come "Per me è un'ispirazione" e simili.

Il tramite è anche quello dei "discorsi ispirazionali", prestigiosa istituzionalizzazione della fuffa verbale. Sono usi che discendono da frettolosi adattamenti dall'inglese e ci si potrebbe aspettare che per tradurre "inspiring" compaia prima o poi (se non l'ha già fatto) anche un pratico ma magari un poco goffo "ispirante" . Nel periodo delle elezioni presidenziali, Barack Obama ha per esempio dichiarato che l'elettrice centodecenne Viola Ford Fletcher era "una grande ispirazione". In italiano lo si è tradotto così, una volta la si sarebbe detta un "modello", o casomai "una fonte d'ispirazione".

L'origine dell'analogia fra l'immissione di aria nei polmoni e l'impulso creativo è nel libro della Genesi: è l'alito del Creatore che conferisce a un fantoccio di argilla la condizione biologica di vivente, soffio primigenio che idealmente si trasmette di generazione in generazione. Così ogni dio ha poi ispirato i suoi profeti, ogni musa i suoi poeti, fornendo i materiali di costruzione necessari alla letteratura sacra e alla profana.

Cantami o Diva: il poeta è il primo ascoltatore, traspone quel che gli viene suggerito nel linguaggio che gli esseri umani possono comprendere, ma la sua fonte è esterna. Quando Dante scrive: "I’ mi son un che, / quando Amor mi spira, noto, e a quel modo / ch’e’ ditta dentro vo significando" (Purgatorio, XXIII, 52-54) si vanta neanche tanto discretamente di una novità sostanziale. La sua fonte è distinta da lui, è Amore: però non è più esterna, poiché gli "ditta dentro" e lui annota e poi scrive. L'origine inconscia o (più precisamente) preconscia della poesia comincia così ad emergere, coi suoi pro (il poeta non è un eletto, baciato dagli dèi: è un soggetto che ha messo a frutto i suoi talenti) e i suoi contro (non ci sono più scuse, ognuno è direttamente responsabile di quanto dice e fa).

Ma c'è davvero qualcuno in grado di "inspirarci", soffiarci e infonderci vita, dettarci amore e parole, "insufflarci", come pure si dice (e il significato letterale è lo stesso) ? Se cerchiamo ispirazione nelle altre persone è per scaricare le responsabilità o perché sappiamo che il nostro inconscio non è dentro di noi meno che fuori ? "Mi chiedo chi sia il mandante di tutte le cazzate che faccio", diceva un personaggio di Altan. In effetti poter dire che non siamo noi a decidere, che obbediamo soltanto agli ordini sarebbe anche comodo; invece tocca rispondere dei nostri atti fino all'ultimo. L'ultimo, cosa? Sì, l'ultimo respiro. Finisce così: che si finisce per inspirare, e spirare.


Questa è Lapsus del 26 gennaio 2025, la rubrica di Stefano Bartezzaghi sulle parole del momento

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