Collana

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(ansa)

Da Omero a Harry Potter, passando per Tony Effe, i preziosi prendono poteri che dal simbolico scivolano agevolmente, e volentieri, nel magico

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Anelli, orecchini, collane, catenine, corone, bracciali, spille, cammei, ciondoli, medaglie, diademi, diamanti, gemme, monili, ori, argenti, perle, coralli, zaffiri, brillocchi, ninnoli, gingilli... Donati, perduti, rubati, ritrovati, nascosti, incantati... Gli ornamenti impreziosiscono il corpo e le loro diverse funzioni, connesse o meno al loro valore (vero, falso, controverso che sia), li rendono oggetti ad alto potenziale narrativo e letterario.

Da Omero a Harry Potter i preziosi prendono poteri che dal simbolico scivolano agevolmente, e volentieri, nel magico: unico per materia e fattura, ognuno lo diventa anche per l'effetto che fa. Attira, respinge, rende invisibili o rende visibili. Nella magnificenza estetica e nel potenziale narrativo la letteratura vi si rispecchia e chiama "gemme" i propri capolavori, "collane" le serie in cui sono pubblicate, "preziosismi" le espressioni che li caratterizzano. A proposito del rendere visibile, molti gioielli associano alla virtù della preziosità quella della brillantezza: il collo, il petto, il dito, il lobo, la fronte che li veste diviene con ciò fonte essa stessa di luce.

Non può allora apparire strano che la tv (la sigla vuol pur sempre dire "tele/visione") si avvantaggi di questa funzione evidenziatrice: qualche pagina di sorprendente proprietà rivelatoria è stata scritta a proposito di quella spilletta che sbrilluccicava al bavero di Silvio Berlusconi e contribuì al suo vantaggio su Achille Occhetto, nel dibattito tv che gettò le basi del primo successo elettorale di chi la portava, trent'anni e più orsono. Riflessi, bagliori, gibigiane possono affatturare più di una frase altrettanto ben incastonata ma fatalmente meno brillante. Del resto le frasi possono brillare soltanto per metafora, mentre, si sa, diamonds are a girl's best friend.

Oltre a soddisfare almeno parzialmente la necessità di spunti polemici, sino allora un po' carenti nell'edizione 2025 di Sanremo, il caso della collana di Tony Effe va dunque inquadrato nella millenaria mitopoiesi discendente da gioielleria e gemmologia. A questa lunghissima tradizione aggiunge, proprio come una perla a una collana, un episodio davvero inedito. Sì, perché qui il Mito corrisponde al Logo. Quella collanona certo assai vistosa è stata proibita all'artista perché "faceva riferimento" al marchio (che poi era Tiffany: niente Capote e Holly Golightly, all'Ariston), in modo che è stato ritenuto particolarmente "riconoscibile" dai dirigenti Rai. Lasciando a chiunque se ne voglia occupare il compito di illuminare gli aspetti giuridico-mediali della vicenda, in una rubrica intitolata Lapsus non sarà poco pertinente notare il rovesciamento occulto e forse inconscio che si è operato qui. Secondo le più ingenue (e perciò più diffuse) visioni della lingua ci sarebbero le Parole e le Cose (non esistono né le une né le altre, ma lasciamo perdere i dettagli profani e fingiamo, come sempre, che esistano entrambe) e quelle prenderebbero il posto di queste. Le Parole starebbero per le Cose, cioè. Esempio.

Il 4 luglio di quest'anno sarà passato un secolo esatto dal giorno in cui il signor André Citröen, dopo aver acquistato 200mila lampadine e relativa cavetteria, le fece posare sulla Tour Eiffel, in modo che su ognuno dei quattro lati di questa fossero leggibili le lettere del suo cognome, disposte in verticale. Chi era a Parigi avrebbe letto il nome e lo avrebbe associato alle automobili. La Parola rimandava alla Cosa, il marchio alla merce. Nel caso di Sanremo invece il problema è che la collana avrebbe fatto pensare al brand Tiffany. La Cosa avrebbe rimandato alla Parola. Un po' come se un cane sbavasse e inducesse così un seguace di Pavlov a suonare un campanello. Le Parole, le Parole... Sono diventate il nostro feticcio mentale sino al punto (più recente perla aggiunta alla collana) di cancellare un nome che non era nemmeno visibile.

Questa è Lapsus del 16 febbraio 2025, la rubrica di Stefano Bartezzaghi sulle parole del momento

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