Prendiamola alla lontana. Una foto del 1970 mostra l'artista Alighiero Boetti con un sorriso ampio e un braccio steso a indicare il punto in cui, su un grande foglio messo in cornice, si legge il suo stesso cognome, incolonnato fra quello di altri quindici artisti. Da Paolini a Schifano, sono suoi coetanei e in diversa misura amici e sodali. In corrispondenza di ogni cognome compiono due, tre o quattro simboli grafici scelti in un set di otto. Cosa vorranno dire? I simboli possono ricordare quelli che compaiono nel "Calcolo enigmatico" della Settimana Enigmistica, giornale di cui l'artista era lettore divertito. Ma in quel gioco, come in tutti i giochi enigmistici, al lettore è sempre possibile arrivare ad associare a ogni simbolo la giusta cifra mentre nessuno può più sapere a cosa alludessero i simboli che in quel suo lavoro del 1967 Boetti aveva associato ai nomi dei pittori.
"Potrebbero essere ad esempio caratteristiche fisiche, o anagrafiche, o occasionali tipo la frequenza degli…
Prendiamola alla lontana. Una foto del 1970 mostra l'artista Alighiero Boetti con un sorriso ampio e un braccio steso a indicare il punto in cui, su un grande foglio messo in cornice, si legge il suo stesso cognome, incolonnato fra quello di altri quindici artisti. Da Paolini a Schifano, sono suoi coetanei e in diversa misura amici e sodali. In corrispondenza di ogni cognome compiono due, tre o quattro simboli grafici scelti in un set di otto. Cosa vorranno dire? I simboli possono ricordare quelli che compaiono nel "Calcolo enigmatico" della Settimana Enigmistica, giornale di cui l'artista era lettore divertito. Ma in quel gioco, come in tutti i giochi enigmistici, al lettore è sempre possibile arrivare ad associare a ogni simbolo la giusta cifra mentre nessuno può più sapere a cosa alludessero i simboli che in quel suo lavoro del 1967 Boetti aveva associato ai nomi dei pittori.
"Potrebbero essere ad esempio caratteristiche fisiche, o anagrafiche, o occasionali tipo la frequenza degli incontri o la lunghezza dei capelli o la somiglianza, da lontano, con altri artisti" si commentò Boetti e aggiunse di aver depositato da un notaio la chiave per la decifrazione. Il notaio non è stato mai trovato e lo stesso Boetti deve aver dimenticato cosa intendesse con il suo cifrario: del resto diceva anche di saper inventare rebus ma poi di non saperli più risolvere.
Dando a quel suo lavoro il titolo di Manifesto Boetti aveva sicuramente in mente il formato programmatico delle correnti artistiche e nello stesso tempo esibiva il carattere criptico, nascosto, appunto enigmatico delle analogie che legavano gli artisti della sua generazione.
Il suo manifesto non dichiara che il suo non dichiarare. Resta però il fatto che "manifesto" come aggettivo significa "chiaro, evidente" e metterlo a indicare il genere di un enigma ormai indecifrabile è del tutto paradossale. Se non si è Boetti, si scrive e si espone un manifesto per parlare chiaro, perché sia chiaro quello che si ha da dire, per renderlo appunto manifesto.
Esplicito il supporto, esplicito il contenuto che vuole trasmettere. Di “Manifesti” ne avevano scritti Marx ed Engels come gli scienziati razzisti, i Futuristi come i Surrealisti; gli intellettuali fascisti e gli antifascisti, quando infine a Ventotene due confinati politici, privi di ogni agibilità politica sotto il regime mussoliniano, con l'aiuto di un terzo hanno pensato e vergato un manifesto per l'Europa futura.
Per gli spasmi inspiegabili della cronaca e della propaganda questo scritto, già consegnato alla storia come emblema di visione anticipatrice e capacità di astrarsi dalle miserabili contingenze, si è trovato al centro di un improvviso tornado comunicativo: la romana piazza del Popolo della manifestazione di Michele Serra e dei sindaci, la premier in Parlamento, Roberto Benigni su RaiUno. Col seguito di mille commenti espressi con il grado di pacatezza ed equilibrio consueto nei nostri tempi disgraziati. Un grado, cioè, negativo. E sì che il Manifesto di Ventotene - lo ha appunto dimostrato Roberto Benigni - è scritto in un italiano comprensibilissimo a qualsiasi studente delle scuole superiori, dopo poche delucidazioni sul contesto storico. Per equivocarlo, insomma, ce ne vuole. Il fatto è che malgrado precedenti di ogni tipo e tendenza, col tempo il genere del manifesto ha preso un'indubbia connotazione di sinistra, anche grazie alle vicende minoritarie ma tenaci del cosiddetto "Gruppo del Manifesto" e del quotidiano che ne raccoglie tuttora l'eredità.
Con questa parola a molti usi la sinistra dovrebbe in effetti fare i conti. Come sostantivo, "manifesto" è un testo rivolto a tutti, in particolare un cartello affisso su un muro o comunque esposto in pubblico: sa di discussione collettiva, di democrazia interna, di diritto di parola garantito. Come aggettivo "manifesto" significa "esplicito" e si riferisce a quella chiarezza non propagandistica ma assertiva, esplicativa e lineare di cui ai discorsi di sinistra spesso si rimprovera la carenza. Ma "manifesto" non è soltanto l'aggettivo che qualifica un modo di essere del contenuto, né soltanto il sostantivo che nomina una forma di comunicazione tra pari. È anche la voce verbale che indica l'atto di manifestare - il più delle volte il proprio dissenso. Come conciliare protesta, proposta, elaborazione collettiva delle idee e chiarezza pervia del risultato finale? È un lascito di metodo che è ovvio non interessi alla destra. La sinistra dovrebbe invece farsene carico. A Ventotene Ernesto Rossi e Altiero Spinelli con Eugenio Colorni trovarono il modo di manifestare il loro pensiero dissenziente e visionario, renderlo esplicito e raggiungere i loro interlocutori. Fino a oggi, fino a noi. E infine, ecco affacciarsi una coincidenza significativa. Lo show di Roberto Benigni si è intitolato "Il sogno". Nell'Interpretazione dei sogni, la parte esplicita del materiale onirico, quella che non resta latente e da decifrare sotto i simboli associati in modo inconscio dal sognatore, viene chiamata da Sigmund Freud: contenuto (ebbene sì) manifesto.
Questo è Lapsus del 23 marzo, la rubrica di Stefano Bartezzaghi sulle parole del momento