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Affetto

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È di malavoglia che si torna sull'infortunio, inconsueto e certo non banale, incorso a Romano Prodi, che dopo un'intera vita di comportamento pubblico quantomeno misurato si è sciaguratamente concesso una tiratina di capelli alla giornalista che lo intervistava Lavinia Orefice, e in favore di telecamera. Se ne è parlato per giorni, come se oltretutto il tema a cui si riferiva la domanda (Ventotene) non fosse stato sin da prima un espediente per eludere argomenti di attualità reale e assai più scabrosi. Aggravanti e attenuanti sono state agitate da commentatori tifosi, in gran parte con il brivido di interpretare in commedia la parte opposta a quella usuale: quelli di sinistra, più abituati all'intemerata giustizialista, in soccorso dell'autorevole Professore; quelli di destra, normalmente impegnati in cavillose sottigliezze garantiste a difesa di Santanché o Donzelli, per una volta liberi di ricorrere a un lessico accusatorio a base di paternalismo, patriarcato, sessismo, mansplaining…

È di malavoglia che si torna sull'infortunio, inconsueto e certo non banale, incorso a Romano Prodi, che dopo un'intera vita di comportamento pubblico quantomeno misurato si è sciaguratamente concesso una tiratina di capelli alla giornalista che lo intervistava Lavinia Orefice, e in favore di telecamera. Se ne è parlato per giorni, come se oltretutto il tema a cui si riferiva la domanda (Ventotene) non fosse stato sin da prima un espediente per eludere argomenti di attualità reale e assai più scabrosi. Aggravanti e attenuanti sono state agitate da commentatori tifosi, in gran parte con il brivido di interpretare in commedia la parte opposta a quella usuale: quelli di sinistra, più abituati all'intemerata giustizialista, in soccorso dell'autorevole Professore; quelli di destra, normalmente impegnati in cavillose sottigliezze garantiste a difesa di Santanché o Donzelli, per una volta liberi di ricorrere a un lessico accusatorio a base di paternalismo, patriarcato, sessismo, mansplaining persino manesco.

Come in quelle partite in cui negli ultimi disperati minuti i portieri vanno nell'area avversaria per cercare di segnare su calcio d'angolo o i centravanti vengono messi in porta per l'espulsione del portiere stesso. Molta concitazione, ma bel gioco proprio no. Dopo aver indugiato nei tentativi successivi di negare o minimizzare, Prodi ha finalmente capito che era il caso di scusarsi. Del resto si dice che per farlo non sia mai troppo tardi.

La faccenda si potrebbe allora considerare chiusa, se non fosse che getta un po' di luce su una piccolissima questione di filologia prodiana. Per quanto la tiratina, comunque brutto gesto, fosse di entità minima non può non evocare quel precedente che ha ipnotizzato una e poi più generazioni di spettatori: la scena del protagonista di Palombella rossa di Nanni Moretti che percuote - ben più sonoramente, spettacolarmente e dolorosamente - una giornalista che aveva osato intervistarlo usando un linguaggio a lui sommamente sgradito, ancorché fatto di termini come "Kitsch", "matrimonio a pezzi", "fuori di testa" che a ben vedere tutto sono tranne che espressioni condannabili. Gli ammiratori di quella scena sono legioni, perché il personaggio (che si vorrebbe tener distinto dal suo autore, ma forse è uno scrupolo tardo-strutturalista) ululava "Le parole sono importanti!", istantaneamente diventato lo slogan preferito dalla linguistica selvaggia e ben intenzionata delle masse alfabetizzate. A nessuno sembra essere mai venuto il dubbio che quel che si vedeva era un uomo nel pieno del suo vigore atletico, addirittura un pallanuotista, che arrivava a percuotere una ragazza urlandole in faccia che a essere importanti sono le parole. Più importanti anche delle sberle, par di capire. Non proprio un modello di persona raccomandabile, non proprio un'"ispirazione" come si direbbe ora. E invece ispirò.

La presumibile satira di Moretti non andò a segno e fu preso (ahilui, non è mai un buon affare) in parola. Il caso di Prodi è naturalmente molto diverso, soprattutto per due ragioni non di dettaglio: a irritarlo anche troppo non era una fisima stilistica ma il contenuto della domanda e l'infrazione dell'incolumità fisica della sua interlocutrice è stata grave sul piano simbolico, sul piano materiale minima. La sinistra dovrebbe però meditare sull'impazienza che in generale prova verso gli errori (ingenui o no), verso le semplificazioni (strumentali o no), verso le distorsioni (consapevoli o no).

Oltre al rischio di concedersi reazioni poi difficili da giustificare vi è la certezza di approfondire la distanza e la disconnessione con chi della complessità (della storia, della società, della cultura, dell'economia, della lingua) nulla sa e nulla vuole sapere. E degli errori, delle semplificazioni e delle distorsioni fa tesoro ed è di quelle che si ricorda, nella cabina elettorale. Nel momento in cui ha preso fra le dita una ciocca Prodi ha detto "Non sono mica un bambino!", grido di impazienza contro un mondo che invece è sempre più puerile. Ma curare la puerilità altrui tirando i capelli (o anche solo accennando il gesto) non può pretendere di essere una cura, se non omeopatica.

Più che un bambino che tirava i capelli a una bambina, Prodi è sembrato un parroco spazientito contro una catecumena poco sveglia e petulante. A un intervistatore avrebbe forse fatto un ganascino, o gli avrebbe tirato un leggerissimo schiaffetto sulla nuca. In seguito ha provato ad allontanare da sé le accuse meno lievi contestando chi lo ha critica: "Scambiano l'affetto con l'aggressività". Per lui dunque era una sorta di gesto "affettuoso", come quasi una confidenza per riprendere una pecorella smarrita. Strano modo di vedere l'affetto. Ma anche "rima storica" con il momento in cui trent'anni fa esatti (febbraio 1995) Romano Prodi lanciò la proposta dell'Ulivo per apprestarsi a candidarsi e battere, come poi fece, Silvio Berlusconi. Non disse molto, ma ci si ricorda che disse: "L'Italia ha bisogno di affetto". Ecco il precedente filologico promesso. Forse Prodi non ha cambiato idea e continua a pensare che l'Italia (molto più della giornalista malcapitata, a cui è giusto dare solidarietà) abbia tuttora bisogno di affetto: quel tipo di affetto non scevro da scappellotti.

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