Controdazi
di Stefano BartezzaghiGrossa è grossa, spiegano gli esperti ma oramai anche i profani e infatti non si parla d'altro che dei dazi. I dazi di Donald Trump hanno anche generato, almeno in via di ipotesi, i controdazi, contribuendo così alla babele cacofonica generale.
Una babele dove, per la verità, il disaccordo non sembra tanto concernere il giudizio sui dazi quanto il da farsi per far fronte alla nuova situazione. Per chiare ragioni di posizionamento i simpatizzanti italiani di Trump fanno i vaghi persino di fronte al crollo della Borsa milanese: i dazi non sono una catastrofe, ha detto la premier Giorgia Meloni e al risuonare di quel “non” l’opera omnia di Sigmund Freud ha tremolato sullo scaffale.
Grossa è grossa, spiegano gli esperti ma oramai anche i profani e infatti non si parla d'altro che dei dazi. I dazi di Donald Trump hanno anche generato, almeno in via di ipotesi, i controdazi, contribuendo così alla babele cacofonica generale.
Una babele dove, per la verità, il disaccordo non sembra tanto concernere il giudizio sui dazi quanto il da farsi per far fronte alla nuova situazione. Per chiare ragioni di posizionamento i simpatizzanti italiani di Trump fanno i vaghi persino di fronte al crollo della Borsa milanese: i dazi non sono una catastrofe, ha detto la premier Giorgia Meloni e al risuonare di quel “non” l’opera omnia di Sigmund Freud ha tremolato sullo scaffale.
Potrebbe essere peggio? In effetti potrebbe anche piovere. Il lapsus non sta però tanto nella parola “dazio”. Questa non ha grandi retroscena. È attestata nella lingua italiana dal 1235 e ha sempre voluto dire la stessa cosa: «somma dovuta allo Stato e, in passato, al comune per l’entrata o l’uscita di merce dal suo territorio» (Zingarelli 2025).
«Chi non ha dazio non teme i dazini» dice un antico motto che esorta alla coscienza pulita, i dazini essendo gli incaricati dell’esazione. "Dazione”, invece, e al femminile, è l’arcaismo e tecnicismo giuridico a cui diede lustro trent’anni fa e più il primo Antonio Di Pietro, congetturandone una variante «ambientale», cioè invalsa nella prassi.
Dazio e dazione hanno del resto radice comune nel verbo "dare”. Tutto chiaro, senza ombre. L’ombra di un dubbio viene invece schiarita (quasi del tutto) da un amico che va annoverato senz’altro fra gli esperti. Il dubbio è che in questa come in altre decisioni dell'attuale governance alla Casa Bianca sia presente una ragguardevole quota di idiozia.
A dire la verità il dubbio è rinfocolato, quando non direttamente attizzato, da molti commentatori, anche loro da annoverare d’ufficio fra gli esperti (ma poi chissà). Si sono contate una mezza dozzina di citazioni di quel saggio di Carlo M. Cipolla sulla stupidità che è così caro alle platee intelligenti, per il quale questa consisterebbe soprattutto nella propensione a danneggiare qualcuno senza ricavarne alcun vantaggio. L’autore era peraltro docente di storia economica, avrebbe potuto facilmente calare l’osservazione generale nella nuova circostanza protezionistica e chissà cosa ne avrebbe detto.
Invece, dice questo esperto che mi pare esserlo davvero, Trump idiota non lo è (malgrado le apparenze? Ognuno giudichi per sé): non lo è affatto. Ma dunque c’è un disegno? Sì, c’è, conferma lui: e illustra anche, ipoteticamente, il disegno che gli pare di vedere. A me sembra uno scarabocchio, ma non faccio testo. Se i dazi sono di impedimento alla libera circolazione delle merci, una merce invece non è mai stata più sciolta e dispensata da ogni obbligo. La si chiami come si vuole - narrazione, verità alternativa, mendacio, invenzione, fregnaccia, simulazione -: la prevalenza della fanfaluca sembra ormai da considerarsi definitiva.
Non sarà idiota, ma Trump spara palle colossali, a cui non si può credere che egli stesso creda. Qualche tempo fa il Washington Post ha documentato più di 30mila fanfaluche (tra le falsità integrali e le distorsioni) pronunciate dall’inizio della campagna elettorale che lo ha portato alla rielezione, contro Kamala Harris. In un’intervista televisiva ha detto qualcosa di completamente o parzialmente falso otto volte al minuto: a raffica.
Intendiamoci: non si è certo anime tanto belle da scoprire soltanto ora la rilevanza del tema “Pallonari al potere”. Questi sono dazi che paghiamo da sempre: restando nei confini nazionali e persino facendo astrazione dalla magistrale mitopoiesi berlusconiana, troviamo esempi a profusione. Cos’è, in fondo, Ruby nipote di Mubarak di fronte a Sindona salvatore della lira?
Ma al netto di propaganda, spinning, distorsione, manipolazione, cialtronaggine, malafede, ignoranza e appunto idiozia, non sarà che Trump abbia proiettato la sfera cognitiva planetaria su un livello diverso da quello della semplice fake news, nell’iperuranio della fanfaluca? L’amico esperto fa sei nomi: Trump, Putin, Xi Jinping, Kim Jong-un, Erdogan, Netanyahu. Tutti maschi, incidentalmente. Tutti nomi da edizioni Marvel, anche. Questo secondo potrebbe essere un caso; il primo quasi certamente no (ma una Thatcher rediviva si comporterebbe diversamente da questi?). Il sestetto definisce se non uno stile comune, un comune modo di riferirsi alla realtà che include la pretesa di determinarla, di far essere quello che non è e non attraverso l’azione di governo, quindi con gradualità e processi garantiti in un quadro di legalità. Basta l’affermazione. Come la potenza si traduce in atto così il potere si volta in forza e come tale non incontra alcun ostacolo neppure nei dati di fatto e nel principio di realtà. La realtà arriva dopo, coi suoi tardivi e patetici controdazi.
Questa è Lapsus del 6 aprile 2025, la rubrica di Stefano Bartezzaghi sulle parole del momento