La serialità che ci si poteva permettere negli anni Sessanta e Settanta era quella dei libri del Corsaro Nero o dei fumetti di Valentina Mela Verde o delle puntate tv di Gianni e il magico Alverman.
Nella famiglia del cacciatore di lapsus avevano attecchito i libri del Dottor Dolittle, veterinario della provincia inglese che parla le lingue degli animali. Fra i suoi interlocutori uno dei più divertenti era il passero Teppa, sboccato teddy boy londinese il cui intercalare veniva reso dalla traduzione italiana con uno squillante "Ti venga un canchero".
Il futuro cacciatore di lapsus ritenne spiritoso adottare il modo di dire, senza averne sufficientemente indagato il senso letterale, e già dal primo impiego venne perciò percosso dalla pur amorevole istanza materna, che all'esecuzione della sentenza fece seguire dispositivo e motivazioni: "Ma lo sai così è il canchero? È una brutta malattia".
Dica il lettore se è preferibile il mondo in cui traduttore e editori licenziavano simili versio…
La serialità che ci si poteva permettere negli anni Sessanta e Settanta era quella dei libri del Corsaro Nero o dei fumetti di Valentina Mela Verde o delle puntate tv di Gianni e il magico Alverman.
Nella famiglia del cacciatore di lapsus avevano attecchito i libri del Dottor Dolittle, veterinario della provincia inglese che parla le lingue degli animali. Fra i suoi interlocutori uno dei più divertenti era il passero Teppa, sboccato teddy boy londinese il cui intercalare veniva reso dalla traduzione italiana con uno squillante "Ti venga un canchero".
Il futuro cacciatore di lapsus ritenne spiritoso adottare il modo di dire, senza averne sufficientemente indagato il senso letterale, e già dal primo impiego venne perciò percosso dalla pur amorevole istanza materna, che all'esecuzione della sentenza fece seguire dispositivo e motivazioni: "Ma lo sai così è il canchero? È una brutta malattia".
Dica il lettore se è preferibile il mondo in cui traduttore e editori licenziavano simili versioni di libri stranieri o il mondo attuale, in cui tanta libertà è diventata impensabile. Il punto qui non è questo. Il punto è la differenza tra augurio e minaccia.
Come ha scritto Guia Soncini (nella sua rubrica per Linkiesta, "L'avvelenata"): "Minaccia è 'ti faccio fare la fine di'. 'Ti auguro di fare la fine di' è pensiero magico, è malocchio, è scemenza, è cattivo gusto, è tutta roba che sì, non fa di te uno che vorrei a cena a casa mia, ma che non costituisce reato (se la cafonaggine è reato, tocca costruire molte galere nuove).
Non è una disquisizione teorica su quelli che in materia si definiscono "atti linguistici". "Spero, promitto, iuro / vogliono l'infinito futuro", diceva una strofetta mnemotecnica nelle aule di latine. Ma al di là dell'indicazione sintattica era chiaro che "sperare", "promettere", "giurare" sono tre cose molto, molto diverse fra loro.
Posso promettere qualcosa che non spero: "Se piove e non possiamo andare al mare ti prometto che andiamo al cinema". Posso sperare fortemente qualcosa su cui però non posso proprio giurare: "se mi libero presto, se non trovo traffico, se non ci saranno ritardi o scioperi dei treni ci vengo".
Come augurare e minacciare, anche sperare, promettere e giurare sono azioni molto speciali. Speciali perché si compiono attraverso la lingua, anche se almeno in Italia possono essere accompagnate da espressioni gestuali simboliche: mano sul cuore per il giuramento, bacio alle dita incrociate per la promessa, mano tesa per la minaccia.
Il punto di interesse non soltanto teorico riguarda però l'augurio e la minaccia. Si è infatti verificato il caso di un tizio, accidentalmente un professore (per molti è un aggravante), che ha postato su un social un augurio di morte alla figlia della premier Giorgia Meloni. L'ha augurato: ha espresso la speranza che succedesse (qualcosa di orrendo).
La rilevanza della notizia è minima, se si ha un'idea di ciò che a ogni momento passa dai social, e non solo da lì. Nella sua lavorazione mediale - anche da parte di testate di abituale indipendenza - l'augurio è stato però trasformato in una minaccia. Che è come se Teppa avesse detto e potuto dire che il canchero te lo faceva venire sul serio. Nei titoli, negli articoli, nei servizi tv fa una bella differenza dire " X ha augurato la morte alla figlia della premier" o "X ha minacciato di morte la figlia della premier". Tutto ciò vale a meno di voler sostenere che l'espressione di un augurio sia già di per sé una minaccia o addirittura un ordine, come può anche succedere ma esclusivamente nella comunicazione mafiosa. Se un capo cosca dice che il tale farebbe meglio a tacere, qualcuno si incaricherà di soddisfare l'autorevole desiderio. È possibile soltanto in presenza di ruoli gerarchici militarizzati e di una pragmatica linguistica del tutto particolare. La deformazione è particolarmente significativa perché l'augurio era stato espresso proprio con la voce del verbo augurare: non è che fossero possibili equivoci, o interpretazioni alternative. Come è potuto avvenire? Due linee interpretative.
La prima riguarda la tendenza all'amplificazione enfatica. Quando un personaggio intervistato dice qualcosa di personale, anche di irrilevante, il titolo non sarà mai "Elodie confida: non mi piacciono i mandarini" ma "Non mi piacciono i mandarini, confessa Elodie". Allo stesso modo "augurare la morte" diventa "minacciare di morte", uscendo dall'ambito del cattivo gusto dalla porta del codice penale. Seconda linea interpretativa: quei poveri potenti, quei miseri underdog sono contenti di essere mostrati come vittime anche dopo essere arrivati ai vertici dello Stato e la comunicazione si adegua, trasformando ogni "Piove, governo ladro" in una potenziale pistola puntata.