"Io so, ma non ho le prove": la profezia di Pier Paolo Pasolini
di Michele Serra , di Michele SerraIl citatissimo «Io so, ma non ho le prove», scritto da Pasolini per il Corriere della sera il 14 novembre del 1974, viene chiamato in causa quasi sempre come esempio inarrivabile di coraggio intellettuale; e — stabilito quel livello, effettivamente di fiammeggiante, scandalosa potenza emotiva — serve per dire che “dopo” sono andati sempre scemando l’autonomia e il vigore di un ruolo, quello dell’intellettuale, via via sbiadito per opportunismo o debolezza di pensiero.
A rileggere oggi, quasi mezzo secolo dopo, quello e altri celebri elzeviri (la scomparsa delle lucciole, contro i capelli lunghi) ho rivissuto l’emozione che, ventenne, insieme a tanti altri, provavo leggendo il Pasolini polemista. Ma ho anche inquadrato un poco meglio, credo, il valore e la seduzione di quella voce. Era una voce di scrittore, una voce di artista. Pasolini poteva permettersi quel volume e quel tono non perché fosse “un intellettuale&rdqu…
Il citatissimo «Io so, ma non ho le prove», scritto da Pasolini per il Corriere della sera il 14 novembre del 1974, viene chiamato in causa quasi sempre come esempio inarrivabile di coraggio intellettuale; e — stabilito quel livello, effettivamente di fiammeggiante, scandalosa potenza emotiva — serve per dire che “dopo” sono andati sempre scemando l’autonomia e il vigore di un ruolo, quello dell’intellettuale, via via sbiadito per opportunismo o debolezza di pensiero.
A rileggere oggi, quasi mezzo secolo dopo, quello e altri celebri elzeviri (la scomparsa delle lucciole, contro i capelli lunghi) ho rivissuto l’emozione che, ventenne, insieme a tanti altri, provavo leggendo il Pasolini polemista. Ma ho anche inquadrato un poco meglio, credo, il valore e la seduzione di quella voce. Era una voce di scrittore, una voce di artista. Pasolini poteva permettersi quel volume e quel tono non perché fosse “un intellettuale”, come ce n’erano e ce ne sono tanti, anche di buon livello e forte tempra; ma perché era uno scrittore come ce ne sono pochi, con una disperata dedizione alla parola come esperienza fisica ben prima che sociologica o politica. Anzi: nessuna parola, detta da lui, avrebbe potuto avere un significato sociologico o politico, se non fosse stata, a produrla, l’esperienza fisica.
«Il suo strumento conoscitivo era la sua esistenza», scrive Alfonso Berardinelli nella prefazione agli Scritti Corsari, tutto per lui era «questione personale, questione di vita o di morte». Nessun distacco intellettuale, nessuna oggettività, nessuna di quelle sfumature, di quei grigi che costituiscono, nel discorso intellettuale, una inevitabile tassa da pagare alla complessità del mondo. Era la «deformazione tendenziosa — cito sempre Berardinelli — a dare una straordinaria efficacia e coerenza provocatoria ai suoi discorsi. Sparisce ogni gioco di sfumature, di attenuazioni, correzioni, incisi, luci e ombre». Se dava l’impressione di scrivere “di getto”, senza calcoli e ripensamenti, era perché gli urgeva esprimersi ben al di fuori e al di là del “dibattito”, e ben dentro il proprio doloroso sentimento del mondo. Anche per questo lo si ammirò come un unicum, un grande isolato: perché lo era.
Per dire “Io so”, nel 1974, bisognava essere Pasolini. In bocca ad altri quell’azzardo, quella lucente furia, sarebbero sembrati ridicoli o inverosimili, o peggio ancora insignificanti. Con ben maggiore coscienza, e malinconia, possiamo dirlo oggi, nell’epoca in cui «io so, ma non ho le prove», è diventato il dilagante logo della presunzione social, del popolino spietato e feroce che pasolineggia a buonissimo mercato, senza mai rischiare niente, senza metterci niente di davvero personale. Non c’è nessun dolore, nessun sacrificio, nessuna cicatrice nei tanti “io so” che formano nell’aria stormi di pregiudizio, di superficialità malata, di odio facile. Per permettersi il lusso di dire “io so” senza prove, per mettere nero su bianco parole conquistate dall’alto di una solitudine unica, e dal basso di una rischiosa promiscuità, bisognerebbe essere Pier Paolo Pasolini. Oppure tacere: ci sono tante altre cose da fare, nella vita, che Dire la Verità.