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La grande sfida dell’intelligenza artificiale. “L’uomo resti sempre al timone della macchina”

(eikon)
Il dibattito a Repubblica delle Idee. "Serve subito un tavolo internazionale per scrivere delle regole comuni"
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Tenere sempre un uomo accanto alla macchina. In controllo. Perché anche la macchina più intelligente può sbagliare nel suo calcolo probabilistico, che è solo imitazione di intelligenza. Perché una macchina potrà anche riconoscere meglio dei medici un tumore in una radiografia, o valutare gli estremi di una causa legale, ma il mestiere del medico o del giudice vanno oltre. Perché sono l'etica e la sapienza, qualcosa di più alto ancora dell'intelligenza, che ci rendono davvero uomini. L'uomo deve restare lì, non può né deve essere sostituito nell'era dell'intelligenza artificiale: sul palco della Repubblica delle Idee esperti, imprenditori e professori sono tutti d'accordo. Ma ce la faranno gli uomini a tenere il passo della grande accelerazione, come da titolo dell'incontro? A dare regole agli algoritmi? E avranno le qualità e le competenze per governarli, anziché esse…

Tenere sempre un uomo accanto alla macchina. In controllo. Perché anche la macchina più intelligente può sbagliare nel suo calcolo probabilistico, che è solo imitazione di intelligenza. Perché una macchina potrà anche riconoscere meglio dei medici un tumore in una radiografia, o valutare gli estremi di una causa legale, ma il mestiere del medico o del giudice vanno oltre. Perché sono l'etica e la sapienza, qualcosa di più alto ancora dell'intelligenza, che ci rendono davvero uomini. L'uomo deve restare lì, non può né deve essere sostituito nell'era dell'intelligenza artificiale: sul palco della Repubblica delle Idee esperti, imprenditori e professori sono tutti d'accordo. Ma ce la faranno gli uomini a tenere il passo della grande accelerazione, come da titolo dell'incontro? A dare regole agli algoritmi? E avranno le qualità e le competenze per governarli, anziché essere governati? Dalla risposta a queste domande passa la grande sfida economica, sociale e politica dei prossimi anni. La sfida dell'AI.

Una sfida difficilissima

Sfida difficilissima, dice la professoressa Paola Severino, vicepresidente dell'Università Luiss ed ex ministra della Giustizia, rispondendo a Gianni Riotta: "Da un lato perché il diritto interviene su realtà consolidate e l'intelligenza artificiale ancora non lo è. Dall'altro perché al suo cuore c'è una scatola nera, un meccanismo che non siamo in grado di ricostruire". Ma il tempo corre, e gli algoritmi sono già usati in ambito militare, dove una decisione può avere conseguenze catastrofiche: "Serve subito un tavolo internazionale per scrivere delle regole", dice Severino. "Bisogna agire subito", le fa eco Roberto Baldoni, ex direttore dell'Agenzia per la cybersicurezza nazionale. Facendo notare che, in una rivoluzione copernicana nei rapporti tra la Silicon Valley e i regolatori, sono gli stessi pionieri degli algoritmi a chiedere paletti: "Fra qualche anno, tra 5 e 20, potrebbero esserci le condizioni in cui una macchina dalla conoscenza sconfinata e imperscrutabile si rivolterà contro l'essere umano".

Problema: nelle regole ognuno mette i propri valori. E trovare valori comuni, in questo mondo che si frammenta, sarà un'impresa. Ma solo così, garantendo prima di tutto la sicurezza dell'uomo, saremo in grado di sfruttare le immense potenzialità che ci consegna l'AI. Come per esempio, dice Baldoni, quella di cercare soluzioni efficaci a problemi di estrema complessità, a partire dell'emergenza climatica. Oppure, suggerisce l'imprenditore e informatico Stefano Quintarelli, rilanciare la produttività di un mondo la cui popolazione è al picco e che invecchierà rapidamente.

Il grande dilemma: l'Ai creerà più posti di lavoro o li distruggerà?

Uno dei grandi dilemmi è proprio se l'AI finirà per distruggere o per creare più posti di lavoro. Pierroberto Folgiero, amministratore delegato di Fincantieri, cambia la prospettiva e la racconta come il grande scontro tra ingegneri e scienziati dei dati: "L'ingegnere conosce il processo e governa dal basso, sulla base di quello, mentre il data scientist non sa nulla del processo, ma governa dall'alto, sulla base dei dati. Finora l'industria non ha ancora fatto il vero salto nei grandi dati, gli ingegneri hanno scacciato gli esperti dei dati, ma nei prossimi quattro o cinque anni questo cambierà: anziché sostituire un compressore quando si rompe, sapremo tre mesi prima, sulla base delle vibrazioni che emette, che si romperà". Ingegneri disoccupati dunque? "No, ma dovranno diventare scienziati dei dati".

La necessità di nuove competenze

Nuove competenze e nuove conoscenze saranno decisive per gestire questa transizione, consapevoli di limiti e potenzialità dell'AI. Per evitare, come dice Quintarelli, di averne un'idea "salvifica o troppo preoccupata, di pensare che sia una vera intelligenza e non "salami"", acronimo inglese, ma per gli italiani evocativo, di "approccio sistematico all'apprendimento di inferenze". Serviranno nuove conoscenze digitali, dove gli altri Paesi sono ben più pronti e reattivi dell'Italia, ma anche di più conoscenze antiche. La cultura ampia e umanistica, dicono Severino e Folgiero. La "sophia", la chiama il teologo Vito Mancuso: "Che è più dell'intelligenza, del capire le cose: è la capacità di pensare. Dietro all'intelligenza artificiale c'è l'atteggiamento dei raccoglitori, dei dominatori, ma l'intelligenza può essere stupida, mentre il pensiero è prudenza, essere dominati, farsi invadere dalla realtà. Se non capiamo questo saremo molto performanti, degli homini faber, ma non più dei Sapiens"