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L’energia del futuro è verde. L’Europa è in ritardo, ma ha le carte in regola per farcela

Innovazione e investimenti vanno verso i nuovi sistemi a emissioni zero Secondo gli esperti di Cesi, lo sviluppo delle reti e delle infrastrutture mette la Ue in posizione di vantaggio. E l’Italia può giocare un ruolo di primo piano
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ROMA – L’energia è all’alba di una nuova era. Non a caso si parla ormai comunemente di “transizione”. C’è un mondo, quello dei combustibili fossili che, a partire dalla lignite per arrivare al gas naturale, ha dominato e dato la “spinta” fondamentale alla rivoluzione industriale in tutte le sue fasi. Alle sue spalle, avanzano in rimonta le tecnologie green, pronte a giocare un doppio ruolo: la decarbonizzazione del mondo per invertire la curva del climate change e la fornitura di energia a emissioni zero per sostenere l’altra rivoluzione in corso, quella digitale.

Tutto fa pensare che non si torni più indietro: dai dati pubblicati dall’Agenzia internazionale per l’Energia, agli investimenti crescenti nelle rinnovabili, al calo dei costi delle nuove tecnologie, alle decisioni dei governi centrali. Ma come in tutte le fasi di passaggio, non mancano le contraddizioni, si accumulano ritardi e non sempre gli obiettivi vengono raggiunti.

Temi di cui si è occupato il Cesi, società di consule…

ROMA – L’energia è all’alba di una nuova era. Non a caso si parla ormai comunemente di “transizione”. C’è un mondo, quello dei combustibili fossili che, a partire dalla lignite per arrivare al gas naturale, ha dominato e dato la “spinta” fondamentale alla rivoluzione industriale in tutte le sue fasi. Alle sue spalle, avanzano in rimonta le tecnologie green, pronte a giocare un doppio ruolo: la decarbonizzazione del mondo per invertire la curva del climate change e la fornitura di energia a emissioni zero per sostenere l’altra rivoluzione in corso, quella digitale.

Tutto fa pensare che non si torni più indietro: dai dati pubblicati dall’Agenzia internazionale per l’Energia, agli investimenti crescenti nelle rinnovabili, al calo dei costi delle nuove tecnologie, alle decisioni dei governi centrali. Ma come in tutte le fasi di passaggio, non mancano le contraddizioni, si accumulano ritardi e non sempre gli obiettivi vengono raggiunti.

Temi di cui si è occupato il Cesi, società di consulenza tecnica e ingegneristica del settore energetico, forte dell’esperienza in 68 anni di storia, oltre duemila dipendenti con collaborazioni in tutto il mondo. A cominciare dai possibili ritardi che starebbe accumulando la transizione green. Per Domenico Villani, amministratore delegato del gruppo Cesi, si tratta - almeno a livello europeo - più che altro di colli di bottiglia: «Il mercato – spiega ad Affari&Finanza – deve smaltire i forti investimenti per il periodo post Covid legati al recupero delle economie e quelli avviati contemporaneamente per la transizione. Poi vanno considerati gli aumenti dei costi legati ai problemi sulle catene di approvvigionamento, le ricadute negative dell’invasione della Russia in Ucraina, con l’effetto su inflazione e costo del lavoro». Il settore lamenta anche una carenza di figure professionali, così come chiede maggiore velocità nella concessione dei permessi fino al loro completamento.

Poi ci sono gli aspetti positivi. Innanzitutto: l’Europa – e di conseguenza l’Italia – si trovano al centro della transizione. Se da un lato è vero che il mondo occidentale si è dato obiettivi sfidanti, è altrettanto vero che l’Unione europea ha più chance di altri per raggiungerli. In tutto questo, l’Italia può giocare un ruolo rilevante. Intanto perché la mancanza di materie prime l’ha sempre portata a essere spesso leader nelle scelte tecnologiche ed energetiche: pensiamo alla nascita dei colossi di Stato, ma anche a come l’industria ha saputo fare i conti con una bolletta energetica più cara dei concorrenti. Non solo: l’Italia ha differenziato le forniture, ha fatto investimenti nelle nuove reti e per posizione geografica si trova al centro delle interconnessioni tra il Nord Europa e l’area Sud del Mediterraneo.

Se il percorso di transizione è chiaro, ora per la sua attività Cesi guarda con attenzione a quelle che saranno le tendenze dominanti dei prossimi anni, nonché quelle più innovative. Detto che per tecnologie mature legate al fotovoltaico ed eolico si tratta di migliorare in efficenza e prestazioni, ora si guarda all’incrocio della green economy con la digitalizzazione. Spiega ancora Villani: «Ci sarà una forte espansione delle reti elettriche che dovranno assorbire e gestire l’aumento della produzione da rinnovabili. Lo stesso accadrà per i sistemi di accumulo, fondamentali per il bilanciamento delle energie intermittenti. Nei Paesi più evoluti, vedremo la digitalizzazione delle reti come tecnica di adattamento tra domanda e offerta. E dal punto di vista delle fonti, ci sarà una diversificazione ancora più marcata, dove biocombustibili a zero emissioni, idrogeno e nucleare potranno convivere con le rinnovabili classiche». Tutto serve sulla strada della transizione.

Venier (Snam): “Nei prossimi anni

le tecnologie serviranno tutte”

«Gas e rinnovabili sono due lati della stessa medaglia, sono elementi quasi inscindibili l’uno dall’altro e risulterebbe controproducente dover decidere fra molecole ed elettroni. Bisogna andare oltre le ideologie». Stefano Venier, amministratore delegato di Snam, non ha dubbi. Elettroni e molecole possono convivere. Una sorta di riedizione in chiave energetica delle con vergenze parallele.

A suo dire, le tecnologie servono tutte per accelerare la transizione, soprattutto in un periodo di «tassi d’interesse ancora alti e l’inflazione, in attesa di politiche monetarie più espansive, non pare sufficientemente debellata». Per cui investire è diventato molto complicato per tutti, per le imprese, ma anche per le finanze pubbliche. «Secondo un recente studio di McKinsey - spiega Venier - già oggi disponiamo di ben 12 categorie di tecnologie che, implementate su larga scala, potrebbero ridurre del 90% le emissioni di gas serra di origine antropica. Su molte di queste famiglie di tecnologie, Snam è impegnata direttamente. Come idrogeno e CCS, solo per fare due esempi. Conviene puntare, semmai, sull’agnosticismo tecnologico, invocato anche e giustamente da COP28. È un atteggiamento consigliabile agli operatori del comparto, ai regolatori, affinché ogni Paese possa trovare la sua strada verso la decarbonizzazione. Per dirla in parole povere: chiarezza sugli obiettivi, flessibilità sugli strumenti».

Lanzetta (Enel): “Più smart grid

per infrastrutture resilienti”

Una rete elettrica efficiente è uno dei pilastri nella transizione energetica e in particolare del passaggio alle rinnovabili. Un concetto che Nicola Lanzetta, direttore Italia del gruppo Enel, va ripetendo da tempo. Avendo chiaro l’obiettivo: «Come ci dicono i dati Terna, nel 2023 sono stati installati in Italia 5,7 GW di nuova energia verde, un aumento del 90% rispetto ai 3 GW dell’anno precedente. Più dell’80% di questa nuova capacità rinnovabile insiste sulla rete di distribuzione di Enel. Per potenziare ulteriormente l’infrastruttura, nel piano strategico 2024-2026 Enel ha messo in cantiere importanti investimenti sulle reti, con focus su miglioramento della qualità, digitalizzazione e nuove connessioni».

Enel si concentrerà pertanto sull’Italia, dove si addensano il 49% circa dei propri investimenti totali lordi: per l’esattezza 17,2 miliardi di euro lordi, di cui 12,2 proprio sulla rete. Di questi fanno parte la maggioranza degli importi che Enel si è aggiudicata all’interno del Pnrr: su 3,8 miliardi complessivi, infatti, ben 3,5 sono dedicati proprio alle reti. «L’intenzione del Gruppo - spiega ancora Lanzetta - è accelerare sullo sviluppo delle smart grids, le “reti intelligenti” che rendono più efficiente la distribuzione dell’energia elettrica, e incrementare la resilienza dell’infrastruttura, perché una rete flessibile è anche più resistente e facile da ripristinare nei casi dei sempre più frequenti fenomeni meteo estremi».

Di Foggia (Terna): “Gli accumuli

fondamentali per decarbonizzare”

«Nei prossimi anni gli assetti del mercato, il mix di generazione e le modalità di esercizio del sistema elettrico cambieranno radicalmente. Con gli interventi di sviluppo della rete previsti da Terna nel suo piano di sviluppo decennale, sarà possibile integrare le rinnovabili in linea con i target 2030 di decarbonizzazione, in cui la copertura della domanda a opera delle fonti termoelettriche passerà dall’attuale 50% a circa il 20%».

Giuseppina Di Foggia, alla guida di Terna dalla primavera scorsa, traccia in questo modo il ruolo che la società delle reti svolgerà da qui ai prossimi anni. Così come indica quale sarà l’ulteriore sviluppo tecnologico: «Per la transizione energetica, gli accumuli sono un elemento cruciale e consentiranno di utilizzare pienamente le fonti rinnovabili. I sistemi di accumulo permetteranno di stoccare l’energia prodotta dalle Fer nelle ore in cui questa è in eccesso rispetto al consumo, per poi riutilizzarla nelle ore in cui la produzione rinnovabile si riduce. Tali impianti contribuiranno inoltre a fornire i servizi di dispacciamento utili a garantire la sicurezza e l’adeguatezza del sistema elettrico italiano».

La capacità di accumulo complessiva necessaria stimata ad oggi al 2030 per raggiungere gli obiettivi comunitari è pari a 95 GWh,

di cui 71 GWh relativi a impianti di grande taglia. Tali valori verranno sistematicamente rivisti negli anni in modo tale da poter tener conto anche degli effettivi trend di crescita della generazione rinnovabile.

Mazzoncini (A2a): “Non sole e vento

investiamo sull’idroelettrico”

Il net zero è una sfida a cui non possiamo sottrarci e il traguardo del 2050 è più vicino di quanto immaginiamo. Dobbiamo realizzare infrastrutture per la decarbonizzazione con rapidità. L’Italia non dispone di materie prime, ma ha un enorme potenziale di fonti rinnovabili. Occorre valorizzare le risorse autoctone: acqua, sole, vento e rifiuti».

Renato Mazzoncini, amministratore delegato di A2a, è conscio del fatto che l’Italia è in ritardo negli investimenti in rinnovabili ma è altrettanto fiducioso sulla rimonta. «Negli ultimi 24 mesi l’Italia ha spinto molto sulle energie green, arrivando a installare oltre 8.500 MW. Ma la maggior parte è un effetto del superbonus, quindi non replicabile. Lo sforzo va raddoppiato, con una maggiore velocità di installazione degli impianti di taglia industriale».

Tutti parlano di solare ed eolico. Ma Mazzoncini guarda oltre: «L’unica fonte programmabile e senza la quale non potremmo raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione fissati dalla Ue (genera il 40% dell’energia green del nostro Paese), ossia l’idroelettrico, necessita di importanti risorse. Abbiamo stimato che occorrono 15 miliardi in progetti per dare nuova spinta alla capacità installata, attraverso nuovi pompaggi e repowering degli impianti realizzati nel secolo scorso. Le dighe e le loro prese d’acqua che alimentano i bacini, costruite quando c’era molta più acqua disponibile e i ghiacciai avevano una diversa configurazione, vanno riadattate per rispondere agli evidenti effetti del climate change».

Dal Fabbro (Iren) “Le utility sono

al centro dello sviluppo del Paese”

«In un contesto caratterizzato da crisi geopolitiche ed economiche, le utilities possono svolgere il ruolo di vettori fondamentali per la transizione energetica su tre direttrici: la sicurezza energetica, la sostenibilità e la competitività». È la tesi di Luca Dal Fabbro, presidente del gruppo Iren. Le utility, oltre al loro ruolo particolare di «attori e promotori dello sviluppo energetico territoriale», saranno centrali nella transizione energetica. Così come lo sviluppo delle rinnovabili che si accompagnerà alla valorizzazione del potenziale residuo degli asset esistenti, prevalentemente sull’idroelettrico e sul teleriscaldamento.

Una tesi che Dal Fabbro dimostra con i numeri. «Nel 2023 le utility hanno unvestito 11 miliardi sui territori dove operano. E visto che in Italia, in questo momento mancano, rispetto al passato, grandi gruppi industriali capaci di generare investimenti strategici,questo ruolo spetta ora alle grandi e medie aziende partecipate a capitale misto pubblico/privato. Le 100 maggiori utility italiane valgono l’8,5% del Pil e nel 2030 arriveranno al 10-11%. Gli 11 miliardi sui territori, rappresentano una crescita del 50% sul 2019. E complessivamente generano occupazione per 150 mila addetti, contribuendo in modo significativo alla crescita economica locale e nazionale».

Conti (E.on Italia): “Più attenzione all’efficienza energetica”

Presente in Italia ormai da oltre 20 anni, E.on ha dalla sua il fatto di essere un gruppo con una forte presenza europea, in particolare nella gestione delle reti, che le ha permesso di concentrarsi sull’energia sostenibile. Allo stesso modo in Italia è uno dei principali player con un modello di business incentrato sulle soluzioni green. Potenzialità che ora E.on pensa di sfruttare contribuendo a favorire lo sviluppo delle rinnovabili. Come spiega Luca Conti, appena nominato ceo della divisione italiana. «Rispetto agli altri Paesi europei la produzione di energia da fotovoltaico in Italia cresce a un ritmo inferiore. La crisi inflattiva, che sta limitando la capacità di spesa e di investimento dei privati, e lo stop di incentivi come il superbonus e lo sconto in fattura giocano un ruolo primario. Siamo quindi convinti sia importante fare investimenti che guardino al futuro: puntare sul fotovoltaico per contribuire all’elettrificazione e assicurare più flessibilità ai sistemi». Conti, inoltre non nasconde le ambizioni: «Puntiamo a essere l’azienda energetica più innovativa e green nel mercato italiano, per diventare leader in Italia negli interventi di efficientamento energetico. Questa sfida sarà centrale nel nuovo mercato libero, in cui le utility saranno maggiormente stimolate ad aumentare l’attenzione verso i valori di sostenibilità ambientale e risparmio energetico, e quindi di avvicinare i privati al mondo del fotovoltaico e delle rinnovabili”.

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