Il declino della fecondità non è un evento imprevedibile, né un episodio passeggero: è l’esito di una lunga traiettoria che ha accompagnato l’Italia per decenni, fino a ridisegnare la struttura stessa della popolazione. Nel 2024 in Italia sono nati 370 mila bambini e la fecondità è scesa a 1,18 figli per donna, il minimo mai toccato, persino più basso del punto critico del 1995.
Il calo delle nascite non dipende solo dalla scelta di avere un minore numero di figli, ma dal fatto che le potenziali madri sono diventate molte meno, perché il calo della natalità si è protratto molto nel tempo. I numeri sono eloquenti: le donne in età feconda erano 14,3 milioni nel 1995; nel 2025 sono scese a 11,4 milioni. Tre milioni in meno. Con un bacino così ristretto, gli effetti sul numero di nati sono stati inevitabili. Nel 1995 nascevano 526 mila bambini. Oggi 156 mila in meno. Negli anni Sessanta, sfioravamo il milione di nati.
A ciò si aggiunge un altro fenomeno strutturale: l’età media al parto, ormai è a 32,6 anni, e che continua ad aumentare. Si rinvia la nascita del figlio, anche del primo. Ma più si sposta in avanti la scelta del primo figlio, più si riduce il tempo disponibile per realizzare un progetto di genitorialità completo rispetto ai propri desideri. E questo perché il rischio è che ciò che è rinvio diventi rinuncia: non solo al primo figlio, ma anche ai successivi.
Tasso di natalità
Ma perché si rinvia il progetto di genitorialità? I motivi sono molti, ma certo incidono l’instabilità del mercato del lavoro, la fragilità dei redditi giovanili, la difficoltà di tenere insieme tempi di vita e di lavoro, la scarsità dei servizi per l’infanzia e un costo della vita sempre più elevato. La maternità e la paternità non sono più scelte “automatiche”: sono decisioni ponderate, frutto di una valutazione razionale. A ciò va aggiunta una forte incertezza per il futuro. Non essendo mai esistiti un clima sociale e politiche che rendano la scelta di avere figli davvero libera, sostenibile, non penalizzante, il rinvio si trasforma in rinuncia. Fare figli non viene vissuta come un’opzione praticabile per tutte e tutti, ma come una scelta che espone a rischi economici, di carriera, di qualità della vita, soprattutto per le donne. Questi problemi si sono sovrapposti e aggravati nel tempo in mancanza di politiche adeguate.
È da quasi mezzo secolo che l’Italia è andata sotto il livello di sostituzione di 2,1 figli per donna, era il 1977. In appena diciotto anni il numero di figli per donna crollava a 1,19 del 1995. Nella seconda metà degli anni Novanta ricominciava una crescita dei nati, favorita dal contributo delle donne straniere e dal recupero delle maternità rinviate dalle italiane. E così si arriva al punto più alto toccato nel 2008, con 1,44 figli per donna. Sono gli stessi anni in cui cresce l’occupazione femminile. Ma dal 2008 si riapre la fase di declino, lungo, costante, che investe tanto i nati da coppie italiane — oltre tre quarti del totale — quanto quelli con almeno un genitore straniero.
Linda Laura Sabbadini
La componente straniera non riesce più a compensare il calo degli italiani. E non diminuisce solo il numero di nati, ma cambia la struttura stessa della natalità: i primi figli calano del 34,4% dal 2008, i secondi del 36,3%; i terzi e oltre del 26,5%. E così si indeboliscono le fondamenta della piramide demografica. Se guardiamo al numero di figli avuto dalle diverse generazioni, il quadro diventa ancora più nitido. Tra le donne nate negli anni Cinquanta quelle che non avevano avuto figli alla fine del periodo riproduttivo erano l’11%; tra le nate nel 1974 diventano il 23%, più del doppio. È una trasformazione profonda dei percorsi di vita, che riguarda sia le donne sia gli uomini.
Il problema viene da molto lontano. Le nate nei primi anni Trenta avevano chiuso la loro vita riproduttiva con 2,3 figli; un valore non molto più alto del livello di sostituzione; quelle nate nell’immediato dopoguerra con 2; le nate nel 1960 con 1,7; quelle nate nel 1970 con 1,48; fino alla stima di 1,44 figli per donna per le nate nel 1980. Cioè via via che ci si avvicina alle donne nate in anni più recenti il numero di figli avuti alla fine del ciclo riproduttivo è sempre più basso.
Le conseguenze sono profonde sulla diminuzione della popolazione in età lavorativa e la crescita del peso della popolazione anziana. Miope è stata la politica che non se ne è curata, negando così il diritto ai giovani che lo desiderano di avere i figli che volevano, alle donne di potersi realizzare su tutti i piani, senza essere penalizzati a priori nella scelta di avere i figli che si desiderano. Eppure i demografi e gli statistici allertarono fin dal sorgere del fenomeno.
Può una società come la nostra continuare ad essere diretta senza guardare alle sue prospettive che superano gli orizzonti delle scadenze elettorali e del breve periodo?
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