Dal Libro verde al Ddl capitali, i passaggi “traditi” dalla legge

Dal Libro verde al Ddl capitali, i passaggi “traditi” dalla legge

Per gli investitori istituzionali alcune norme sono state inserite dal governo per orientare le partite calde di Generali e Mediobanca

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ROMA - Un boost per la crescita. Così forte, la spinta, da fare dello sviluppo del mercato dei capitali una delle “gambe” con cui si muove la politica economica del Paese. Quindi regole più semplici e meno oneri per stimolare le quotazioni “tricolori”, ma anche per frenare l’emorragia del delisting e della fuga all’estero. E per attrarre gli investitori esteri.

Era il 2 marzo del 2022 quando l’allora ministro dell’Economia Daniele Franco spiegò alla comunità finanziaria quali erano gli obiettivi e gli strumenti ambiziosi che avevano ispirato il “Libro verde sulla competitività dei mercati finanziari a supporto della crescita”.

Un manifesto programmatico che da lì a poco si sarebbe tradotto nel suo primo atto fondativo: un disegno di legge chiamato a cancellare o comunque a ridimensionare il rischio che, come si legge in un passaggio del Libro Verde, "l’economia italiana non possa beneficiare dell’adeguato sostegno di un mercato dei capitali domestico robusto e dinamico nella fase cruciale di ripresa che si sta determinando e più ancora nella realizzazione degli ambiziosi piani di sviluppo del Pnrr”.

Il vento contrario della Brexit, il Piano nazionale di ripresa e resilienza da accompagnare, l’integrazione di Borsa Italiana nel gruppo paneuropeo Euronext: tutti elementi che sollecitarono la necessità di creare condizioni migliori per un mercato dei capitali più efficiente ed attrattivo.

A due anni dalla genesi, cosa è rimasto dello spirito iniziale da cui ha mosso i passi la legge “Piazza Affari”, approvata alla fine dall’attuale governo? In parte la matrice “tecnica” del provvedimento è stata preservata dall’incursione, guidata da Fratelli d’Italia, il partito della premier Giorgia Meloni, che durante il passaggio parlamentare del disegno di legge ha innestato norme ritenute nocive dai fondi internazionali e dai proxy advisor che si occupano di fornire consulenza agli investitori istituzionali su come orientarsi durante le votazioni in assemblea.

E così, per fare un esempio, le piccole imprese hanno ora strumenti più facili per tentare l’avventura in Borsa, potendo usufruire di procedure semplificate e costi più bassi. Ma due modifiche, come si diceva volute da FdI, hanno snaturato l’impianto iniziale.

Entrambe, nella lettura che ne ha dato la stragrande maggioranza degli operatori, soprattutto esteri, volte a orientare le partite calde del capitalismo italiano: Mediobanca e Generali. A tutela, è la critica, dei soci stabili, italiani. E a discapito dei fondi, soprattutto esteri.

È il caso delle nuove regole per la presentazione della lista del cda che prevedono l’introduzione di un quorum (2/3 dei componenti del board uscente) e l’obbligo di allungare la stessa lista oltre il numero di posti che saranno disponibili nella stanza dei bottoni futura.

Paletti inediti, che il fronte dei contrari ha bocciato: l’ultima stroncatura, in ordine di tempo, è arrivata dal proxy advisor Glass Lewis. Qui le critiche puntano dritto soprattutto sulla lista “extralarge”: alcuni candidati sanno già che potranno di fatto solo partecipare perché non c’è posto per tutti.

Ma il vulnus è ancora più esteso: le perplessità riguardano anche la doppia votazione (prima si vota la lista, poi i singoli nomi), che conferisce potere anche a chi ha perso al primo turno. I sostenitori delle nuove norme festeggiano la fine della lista che si autoperpetua.

E sempre agli equilibri di potere che animeranno ad esempio la prossima battaglia per il controllo di Generali guarda lo stesso fronte, quando si dice favorevole all’introduzione del voto maggiorato (un voto ulteriore ogni anno, fino a un massimo di dieci, rispetto ai due per ciascuna azione già previsti).

Lo chiamano “premio fedeltà” per prendere le distanze dai fondi ritenuti corsari e che, al contrario, vedono nel moltiplicatore generoso il rischio di restare fuori o comunque ai margini di molte partite, quindi disincentivati a puntare sull’Italia. Ma i giochi non sono chiusi.

Nella legge sul sostegno al mercato dei capitali, infatti, il governo si è ritagliato una delega: un anno di tempo per riformare il Testo unico della finanza (Tuf).

Come cambierà, quindi, la “Bibbia” della finanza? Sicuramente l’esecutivo è intenzionato a riordinare la disciplina delle Opa e delle Ops, ma anche ad intervenire sulle modalità di elezione degli organi sociali. E saranno cancellate tutte quelle stratificazioni normative che si sono accumulate negli anni e che hanno reso difficile investire in Italia. A iniziare dalla difficoltà di comunicazione tra il Tuf e il Tub, il Testo unico bancario: da tempo l’Europa sollecita un’armonizzazione, che è attesa in uno dei decreti legislativi che daranno attuazione alla delega.

E le norme sulla lista del cda e sul voto maggiorato? L’interrogativo è sospeso. I fondi premono per modificare l’equilibrio raggiunto faticosamente tra la premier e il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Ma il governo, per il momento, non si sbilancia.

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