Il debito globale alle stelle
di Eugenio Occorsio , di Eugenio OccorsioLa tripla consecutiva emergenza pandemia- guerra-inflazione, anzi quadrupla considerando il cambiamento climatico, ha lasciato il segno per le finanze pubbliche del mondo intero in modo indelebile, e a quanto sembra di capire anche strutturale. Un allarmante rapporto appena sfornato da S&P Global Ratings dimostra infatti che anche nel 2023, come già nei tre anni precedenti, i Paesi - soprattutto europei - raccoglieranno sui mercati, emettendo titoli, non meno di 10 trilioni e mezzo di dollari. Precisamente 10.461,8 miliardi, più ancora dei 10.448,8 miliardi del 2022 quando si è dovuto affrontare, mentre ancora non si era fuori dalla crisi pandemica, l'allarme della guerra. Per confronto, nel 2019 le emissioni si erano fermate a 7.355,7 miliardi. "Il debito aggiuntivo degli Stati viaggia oggi a un ritmo del 40% superiore alla media dei cinque anni precedenti la pandemia", scrive il report. Una velocità di crescita che non accenna a diminuir…
La tripla consecutiva emergenza pandemia- guerra-inflazione, anzi quadrupla considerando il cambiamento climatico, ha lasciato il segno per le finanze pubbliche del mondo intero in modo indelebile, e a quanto sembra di capire anche strutturale. Un allarmante rapporto appena sfornato da S&P Global Ratings dimostra infatti che anche nel 2023, come già nei tre anni precedenti, i Paesi - soprattutto europei - raccoglieranno sui mercati, emettendo titoli, non meno di 10 trilioni e mezzo di dollari. Precisamente 10.461,8 miliardi, più ancora dei 10.448,8 miliardi del 2022 quando si è dovuto affrontare, mentre ancora non si era fuori dalla crisi pandemica, l'allarme della guerra. Per confronto, nel 2019 le emissioni si erano fermate a 7.355,7 miliardi. "Il debito aggiuntivo degli Stati viaggia oggi a un ritmo del 40% superiore alla media dei cinque anni precedenti la pandemia", scrive il report. Una velocità di crescita che non accenna a diminuire.
Una crisi da 10 mila miliardi
A livello globale, S&P prevede che il costo netto delle misure fiscali legate all'energia raggiungerà la considerevole cifra di 1,65 mila miliardi di dollari nel 2022-2023 (l'1,7% del Pil mondiale). Se aggiungiamo le spese post-pandemiche degli anni immediatamente precedenti, si arriva a 10mila miliardi di costo complessivo di questa lunghissima crisi. Insomma, per quanto provate e depauperate da interventi, ristori e sovvenzioni, le finanze dei vari Stati continuano a essere una risorsa essenziale per rilanciare lo sviluppo. I quattro maggiori Paesi del vecchio continente - Gran Bretagna, Germania, Italia e Francia - emetteranno nel solo 2023, si legge nel rapporto, "titoli in media per 300 miliardi di dollari" (oltre 350 l'Italia, ndr). "Si è compreso fino in fondo che senza interventi pubblici non è possibile ripristinare una crescita accettabile in nessuna parte del pianeta", sintetizza Angelo Baglioni, economista internazionale e presidente di Ref Ricerche. Ma se quest'impegno può essere in qualche modo tollerabile per i Paesi industrializzati, diventa drammatico per i mercati emergenti e in via di sviluppo, dove per di più tendenzialmente il debito emesso è a breve termine perché nessuno presta soldi a lungo a un Paese dall'incerto futuro: così questi Stati subiscono in pieno il violento impatto dell'inflazione, con il conseguente aumento dei tassi, nonché della svalutazione di molte monete locali. "Il debito può creare una spirale dalla quale è difficile uscire", riprende Baglioni. "L'inflazione però, almeno nei Paesi industrializzati, paradossalmente, pur essendo un male per le economie perché rallenta lo sviluppo e compromette il potere d'acquisto, dal punto di vista del debito ha un aspetto positivo: "gonfiando" il Pil, ne abbatte il rapporto con il debito che è proprio uno dei parametri cui guardano le agenzie di rating come S&P. E se migliora il rating, le spese per future emissioni saranno meno onerose".
I debiti privati
Uno dei problemi è che ci sarà sempre di più, in prospettiva, il bisogno di far debito per pagare gli interessi sul debito stesso: lo "stock" di indebitamento pubblico accumulato ha superato per la prima volta i 65 trilioni, contro i 50 del 2019. Aggiungendo i debiti privati si superano ormai i 300mila miliardi di dollari. Proprio i debiti privati però, riflette Andrea Boitani, cattedra di Economia politica alla Cattolica, sono quelli a maggiori incognite: "I debiti degli Stati, a ben guardare, sono inquietanti ma in fondo i più sicuri: un governo può sempre rifinanziarsi con le tasse o anche in qualche misura monetizzando il debito, cioè emettendo valuta. I casi di reale fallimento di uno Stato sono stati pochissimi nella storia. La situazione diventa veramente preoccupante solo quando il deficit primario supera il tasso di crescita".
Il rapporto debito/Pil
Un parametro da tener d'occhio è sempre il rapporto debito/Pil: e questo sta aumentando in modo meno drammatico rispetto alla velocità dell'incremento: la media mondiale è tornata, secondo S&P, al 66,1% dopo aver toccato il 74,4% nel 2020. Nel 2019 era del 59,6%. Paesi come l'Italia (145%) e il Giappone (223%) possono sembrare "fuori gioco" ma in questi casi incide moltissimo in positivo la scarsa quantità di titoli in possesso di soggetti esteri.
Molto si gioca ora sulle scadenze. I Paesi industrializzati possono "permettersi", si legge nel report, "di allungare la durata del debito pubblico e quindi di minimizzare per il momento l'impatto dei tassi alti, rimandandone l'effetto". Sempre per i quattro maggiori emettitori europei, in percentuale del Pil, il rollover del debito al 2023 (cioè il riacquisto di titoli scaduti) rimane di poco superiore all'11% del Pil. I trenta Paesi europei con il rating di S&P emetteranno quest'anno circa 1,75 mila miliardi di dollari di debito commerciale lordo a lungo termine, 348 miliardi in più rispetto al 2022. La situazione delle scadenze, con il beneficio di posticipare l'impatto dell'inflazione, potrebbe però cambiare rapidamente: di fatto, si diffonde - pur di attirare gli investitori - l'abitudine di emettere titoli indicizzati sull'inflazione (come i Btp Italia appena messi in circolazione), che quindi scontano subito gli aumenti dei prezzi, salvo eventualmente riprendersi in seguito, il tutto con un alto costo per i Paesi in questione.
L'era del quantitative tightnening
"È il caso del 35% dei titoli pubblici attualmente in circolazione nel mondo", precisa il rapporto di S&P. C'è poi da considerare, dato tutt'altro che trascurabile, la fine dell'era del quantitative easing sia in Europa che in America. Oggi il 25% dei titoli di Stato dell'area euro, e una percentuale di poco inferiore negli Stati Uniti, è nel portafoglio della Bce. Gli acquisti sono finiti su entrambi i lati dell'oceano, e il "quantitative tightnening", cioè la vendita dei titoli posseduti, è già cominciata per la Fed e sta per avviarsi per la Bce. "Incidenti" come il fallimento della Silicon Valley Bank potrebbero indurre a qualche ripensamento, così come sui rialzi dei tassi, ma difficilmente cambieranno la linea di rotta. Ecco quindi che per gli Stati, alle prese con la necessità di piazzare sul mercato i titoli emessi, si aprono ulteriori e ancora più difficili frontiere. Tanto per cominciare, scrivono gli esperti dell'agenzia di rating, aumenteranno i costi di emissione perché per piazzare sul mercato dei titoli occorre essere competitivi. La qualità e la sicurezza offerti da un titolo statale, non bastano più.