Gender gap economico. L’altra faccia della vulnerabilità

Gender gap economico. L’altra faccia della vulnerabilità

Tre donne su dieci non ricevono un reddito sufficiente e due su tre non hanno autonomia nel gestire il budget familiare o personale. Registrati all’evento A&F Live

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MILANO — Tre donne su dieci hanno un reddito insufficiente. Metà non ha consapevolezza del proprio futuro finanziario. E, ancora oggi nemmeno fosse il Dopoguerra di C’è ancora domani di Paola Cortellesi, due su tre non hanno autonomia nel gestire il budget familiare o personale. Sintomi di una fragilità su cui può attecchire più facilmente la violenza: una vittima ha più difficoltà a ribellarsi, se non ha un’indipendenza economica. È anche su questi numeri – emersi dall’Edufin Index di Alleanza, Fondazione Gasbarri e Sda Bocconi - che si ragionerà domani a “Closing the gender gap”, l’evento di Affari&Finanza dalle 13.30 alla Fondazione Feltrinelli di Milano.

IL DOSSIER A&F LIVE

La fragilità economica femminile, a guardare i dati con la lente che porterà sul palco Linda Laura Sabbadini - statistica e già direttrice dipartimento metodi e nuove tecnologie Istat – affonda le radici in un altro ritardo tricolore. La metà delle donne nel nostro Paese non lavora, record negativo Ue.

Qualche progresso negli anni è stato fatto. Ma il muro del gender gap sembra di gomma. Si pensi all’istruzione: le donne sono “migliori” dei loro colleghi studenti. Sia per numero di laureate che per risultati. Eppure c’è un pregiudizio che le tiene alla larga dalle materie tecniche e scientifiche, che offrono le migliori carriere. Una volta in azienda, le donne si scontrano con i limiti di un «pavimento appiccicoso » che le relega a mansioni di minor valore; e sulle loro teste trovano un «soffitto di cristallo» che le respinge dai vertici. Nel settore privato, le dirigenti sono solo il 17%.

IL PROGRAMMA

Per non parlare del part-time obbligato dal lavoro di cura che grava sulle loro spalle, o del «costo» di avere un figlio che può dimezzare la busta paga rispetto a chi non ce l’ha. A tirare le somme, ne viene un “pay gap” equivalente a un mese di stipendio.

Nel convegno sarà Sima Sami Bahous, direttrice esecutiva di UN Women, a raccontare come stiamo fallendo nello sforzo che dovrebbe portare – secondo l’impegno sottoscritto da 197 nazioni – a ridurre entro la fine del decennio i divari di genere globali. E a tracciare qualche soluzione. Perché »conviene» a tutti: Paola Profeta, prorettrice della Bocconi, spiegherà che realizzare la parità di genere in Europa farebbe crescere il Pil del 12% al 2050. Una ricchezza potenziale che racconteranno l’ad di Simest, Regina Corradini D’Arienzo, e Giorgia Favaro, field service director Regione Sud Mc Donald’s. Anche le aziende, infatti, ci «guadagnano» in competitività. Se ne discuterà con due responsabili delle risorse umane di imprese «al femminile»: Francesca Morichini di Amplifon e Marina Montepilli di Alleanza Assicurazioni.

Virginia Scirè, imprenditrice che ha creato Wear-Me, un’azienda a misura di donna per orari e flessibilità, e Cecilia Snichelotto, che da dipendente ha aperto due ristoranti a Napoli, porteranno la loro testimonianza. A chiudere i lavori sarà il professore di psicopatologia dello Sviluppo, Massimo Ammaniti. Ad aprire il dibattito sarà invece il direttore di Repubblica, Maurizio Molinari, in dialogo con l’ex ministro di Giustizia, Marta Cartabia. Lei, che è stata prima presidente donna della Corte Costituzionale, ricorderà quanto la nostra Carta prevede al suo terzo articolo: pari dignità sociale per tutti. Il compito della Repubblica è di rimuovere gli ostacoli che impediscono di realizzarla. Missione ancora incompiuta.

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