“Nella mia azienda il tempo per sé non è un ritaglio”
di Oriana LisoLa sua, dice, è «una creatura in continua evoluzione». Nasce, in qualche modo, 15 anni fa, e proprio grazie a un’altra creatura, appena nata e subito separata dalla sua mamma. Virginia Scirè ha 45 anni, un’azienda nata come start-up «in cui tanti non credevano, all’inizio» – e vedremo quanto c’entra l’essere donna – una community di clienti e persone che sostengono il suo progetto e, anche, due figli. È proprio pensando a loro, cercando quel work life balance di cui si parla sempre più negli ultimi anni, che ha scelto per la sua Wear Me una formula netta: «Si lavora fino alle 16, poi gli uffici chiudono. E non si lavora il sabato e la domenica: il tempo, per i figli, per i genitori anziani o per sé stessi, non deve diventare un ritaglio. Aggiungo: non potrei portare avanti la filosofia della mia azienda, che mette in connessione il bambino con i genitori, se non applicassi per prima questo concetto».
Sette brevetti
Premesse utili, queste, per arrivare a capire cosa sia l’azienda di Castelfranco Veneto diventata, un paio di anni fa, un piccolo caso, con curricula mandati da tutta Italia da donne che si dicevano che forse un altro modo è possibile. Un mondo concentrato nella provincia veneta, un’azienda che quest’anno, dopo qualche scossone, punta a chiudere con un fatturato di 700mila euro e con nuove linee appena lanciate. Nata con la vendita di fasce porta bebè, dal 2019 ha ampliato la produzione, con sette brevetti depositati. «Facevo tutt’altro nella vita, dopo la laurea in Economia avevo trovato lavoro nella finanza. Ma nel 2008 nasce il mio primo figlio, è prematuro, trascorre i primi due mesi in terapia intensiva, dove non potevo prenderlo in braccio. Sento la mancanza fisica del contatto con lui, e quando siamo assieme vedo che i suoi parametri si stabilizzano se lo appoggio al petto e avvolgo un lenzuolo intorno a noi, per proteggerci. Il contatto era terapeutico per entrambi, da lì ho iniziato a studiare». Anche perché nel frattempo la sua vita lavorativa cambia, e tanto: le propongono un trasferimento incompatibile con la cura necessaria per il bambino, così si licenzia e – parliamo del pleistocene dell’ecommerce – inizia a vendere abbigliamento per bambini su eBay.
«La mia seconda figlia, nel 2013, mi ha messo davanti a una nuova sfida: voleva stare sempre in braccio, e questo mi limitava molto nei movimenti. Ma quel contatto tra noi non volevo perderlo, era sano. Ho iniziato a studiare il baby wearing, a pensare a capi per portare il bambino addosso. I prototipi che disegnavo non venivano accolti dalle aziende. E adesso dico anche: se fossi stata un uomo sarebbe stato più facile presentarmi alle aziende e alle banche a cui mi rivolgevo per avere finanziamenti. Mi dicevano: “Signora, ma suo marito non è nella società?”. Diciamo che ci ho dovuto credere tanto in questo progetto».
Mini realtà al femminile
Nasce così Wear Me, che non è solo una piccola azienda, con tre dipendenti e due collaboratrici, tutte donne, nel team operativo, e con due collaboratori uomini per la parte tecnica. È anche una community cresciuta negli anni, di clienti che sposano la filosofia, vanno in coppia nello show room dell’azienda per imparare, grazie a Scirè e alle sue collaboratrici, come usare fasce e giacche, quali tessuti privilegiare per regolarizzare la temperatura di madre e figlio, come far sentire i padri parte attiva nei primi mesi. Persone che, anche in un periodo di crisi e con meno soldi, tornano a comprare dopo la prima volta: sono il 40% dei clienti, quelli abituali. «Certo, ogni tanto qualche cliente che non ci conosce o qualche fornitore si meraviglia di non poter prendere appuntamento alle 17 o il sabato mattina, ma quando spieghiamo perché i nostri orari sono questi, capiscono. Tanti clienti, soprattutto donne, si identificano nella nostra piccola squadra, sognando che anche le loro aziende cambino modo di lavorare». Che vuol dire avere rispetto per le persone e per le famiglie. «Tania, la mia collaboratrice storica, è incinta del secondo figlio: quando lo abbiamo annunciato sui nostri social tante donne ci hanno scritto che vedere un’azienda che festeggia le maternità è una speranza, visto che per tanti è occasione di demansionamento o interruzione di contratti».
Ma il trattamento vale per tutte: «Una delle dipendenti non ha figli, ma abita lontano: fa smart working tre giorni a settimana ed è in sede per gli altri due. Si può fare». Cos’altro? «Smetterla di pensare che se un uomo lavora 12 ore al giorno va bene, se una donna fa l’imprenditrice e ne lavora altrettante no. Dovremmo essere libere di scegliere quanto e come lavorare. Quando ho iniziato mi dicevano che il mio progetto non era scalabile perché avevo fatto tutto da sola. Rispondevo: perché, al contrario, non vedete che da sola e con due figli ho fatto tutto questo?».
Da sola vuol dire anche mettere in conto un sessismo che in questo contesto è ancora forte: «Commenti non graditi da clienti e fornitori, inviti a cena altrettanto poco graditi. E poi trattamenti freddi e risposte negative davanti ai miei no, grazie. Viaggiando tanto per lavoro, da sola, ho imparato anche a vestirmi in modo neutro, schermandomi per evitare equivoci». Si può fare, si deve fare, e magari non dovendo più fare gli uomini. Un messaggio che Virginia Scirè vuole lasciare alle ragazze: «Io a loro, a chi di loro sta provando a costruire qualcosa di suo, dirò sempre di valutare bene conti e costi, ma senza mai smettere di credere nella bellezza del proprio sogno. E di non permettere a nessuno di spegnere i suoi desideri».