Infrastrutture strategiche, scommessa da 483 miliardi

Infrastrutture strategiche, scommessa da 483 miliardi
Dalle arterie stradali e ferroviarie, alle reti digitali ed elettriche: la sfida per l’Italia al talk di A&F
3 minuti di lettura

Dai cavi sottomarini alle dorsali in fibra che sorreggono le comunicazioni del Paese. Dalle opere più “tradizionali” come ponti e ferrovie, passando per gli ospedali e le reti elettriche, sempre più sollecitati dall’evoluzione demografica e dei modelli di consumo e produzione di energia. Le infrastrutture si prendono la scena nel prossimo talk A&F Live, lunedì 7 luglio a Roma. “L’Italia e l’Europa, la scommessa delle infrastrutture” è il titolo dell’evento, che verrà introdotto dal viceministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Edoardo Rixi: in dialogo con l’editorialista di Repubblica, Maurizio Molinari, disegnerà le mappe delle opere strategiche per il Paese.

Una partita che, stando all’ultimo Rapporto sulle infrastrutture strategiche e prioritarie del Servizio Studi della Camera con l’Anac e Cresme, vale 483 miliardi di euro. A tanto ammonta il costo, al 31 agosto scorso, delle infrastrutture strategiche prioritarie, rispetto alle quali le disponibilità finanziarie postate valgono il 71% ovvero 343 miliardi. Una mole di interventi che nel 79% dei casi punta a potenziare e rinnovare le reti ferroviaria (206 miliardi) e stradale (162 miliardi), con la voce del Ponte sullo Stretto di Messina che da sola ne vale 13,5. Un altro 17,5%, pari a 86 miliardi, è destinato a sistemi urbani, porti, aeroporti e ciclovie. Il restante 3,5% spetta al Mo.S.E., a altri interventi infrastrutturali e all’edilizia pubblica.

Valore e destinazione delle infrastrutture strategiche

Numeri enormi in pista, eppure soltanto pochi anni fa il centro studi Divulga, con stime basate su dati Istat e Sace, diceva che il ritardo logistico dell’Italia è costato oltre 93 miliardi di euro di mancate esportazioni nel 2022. Una domanda che resta sul tavolo è dunque se ci sia un gap infrastrutturale ancora da chiudere, e quanto terreno si sia invece recuperato negli ultimi tempi. Ad esempio nelle infrastrutture per la supply chain delle imprese, messe alla prova da questioni che vanno dalla geopolitica al clima, di cui ragioneranno Alberto Antonietti, growth & strategy lead di Accenture Italia, Gabriele Di Marzio, ad Poste Logistics, e Francesco Micheletti, vp procurement del Gruppo Fincantieri. O ancora, nella corsa alla fibra di cui riferirà Massimo Sarmi, presidente e ad di Fibercop, con i suoi 26 milioni di chilometri di fibra. Oppure sul fronte della rete elettrica, di cui parlerà il direttore strategia, digitale e sostenibilità di Terna, Francesco Salerni.

Parlare di opere pubbliche vuol dire affrontare anche il tema dei divari territoriali. Secondo un’analisi dell’Upb, datata luglio 2022 ma ancora attuale nel suo valore segnaletico, le procedure di lavori pubblici «sono caratterizzate da significativi divari fra territori e fra amministrazioni». Prendendo come riferimento la fase dalla pubblicazione del bando sino alla conclusione dell’opera, nel Mezzogiorno la durata è maggiore «mediamente del 4% rispetto al Centro, del 16% rispetto al Nord-Est e del 17% rispetto al Nord-Ovest». Ma ci sono altre variabili che influenzano la capacità di mettere a terra i progetti: quando i finanziamenti sono europei (come nel Pnrr e nei programmi strutturali), i tempi si accorciano del 14 per cento. Un guadagno (-7 per cento) si ha anche quando il finanziamento è in prevalenza centrale: in sostanza «più terzietà c’è tra finanziatore e committente, tanto più il primo può rivestire il ruolo di controllore super partes dell’allocazione delle risorse e del rispetto dei programmi».

Tema centrale, anche in ottica dello scatto finale cui è chiamato il Pnrr. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza è atteso all’ultima revisione, che la cabina di regia del governo ha fatto slittare a luglio: andrà operata un’ultima scrematura degli investimenti che non potranno essere completati entro la deadline ribadita dalla Commissione europea, il 31 agosto 2026. Verranno travasati i fondi dai progetti impantanati a quelli che viaggiano spediti, alcuni obiettivi ormai fuori portata dovranno esser tagliati, si proverà a metter in campo altri veicoli di finanziamento. Tema, quello di come far funzionare il Piano, al centro dell’intervento di Niccolò Bongianchino, partner di Bcg.

Sul comparto si posano senz’altro gli occhi interessati degli investitori, come ha certificato l’ultimo EY Infrastructure Barometer dello scorso autunno che metteva le infrastrutture italiane al centro «dell’attenzione europea», anche grazie al volano del Pnrr. Transizione energetica, miglioramento delle infrastrutture di trasporto e comparto della sanità sono i capitoli cerchiati in rosso dagli investitori, che nel 66% dei casi prevedono un incremento della concorrenza per gli investimenti e relativi finanziamenti nel breve termine. Un contesto che chiama dunque alla triangolazione proficua tra operatori privati, istituzionali e regolatori per finanziare le opere: oggetto dell’intervento del professor Giovanni Fiori (Luiss) e del dialogo tra Andrea Nuzzi, direttore del business di Cdp, Nicola Porcari, head of structured finance di Bper e Paola Lucantoni, docente a Tor Vergata e alla Luiss. Senza dimenticare che le aziende italiane capaci di presenziare il mercato possono guardare ai piani di sviluppo all’estero: lo testimonieranno Carolina Lonetti, responsabile export e finanza agevolata di Simest, e Giovanni Lamioni, ad dell’omonimo gruppo.

I commenti dei lettori